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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia

La comunicazione non verbale: l’importanza di sguardi, mimiche e gesti.

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https://i1.wp.com/www.pauwelsconsulting.com/wp-content/uploads/2013/01/Verbal-and-non-verbal-communication-during-job-interviews.jpg?resize=419%2C199&ssl=1La comunicazione non verbale come funziona?
Tutti noi abbiamo a disposizione vari strumenti comunicativi per interagire con gli altri: il corpo, gli oggetti intorno ad esso e la parola. Comunemente si potrebbe essere portati a pensare che la comunicazione linguistica sia preponderante, ma in realtà solo una piccola parte delle informazioni che raggiungono la nostra corteccia cerebrale passa attraverso l’apparato uditivo…e il resto?

La parte restante passa attraverso la comunicazione visiva: pur senza sottovalutare l’importanza del linguaggio verbale, bisogna quindi prestare attenzione alla comunicazione non verbale, che risulta connotata in modalità che possono differire enormemente tra le diverse culture.

Con il termine comunicazione si intendono tutti i modi con cui gli esseri umani entrano in contatto tra loro, ovvero la scambio di messaggi tra due o più persone in una interazione.

Watzlawick e la scuola di Palo Alto, in California, hanno studiato gli aspetti pragmatici della comunicazione umana arrivando ad enunciare cinque assiomi che ne sintetizzano le caratteristiche principali:

  1. Non si può non comunicare: ogni comportamento in una interazione comunicativa è un messaggio, cioè comunicazione; di conseguenza anche l’attività o il suo contrario, i silenzi o le parole sono tutti messaggi che influenzano gli altri che, a loro volta, non possono non rispondere e quindi comunicano
  2. Ogni comunicazione ha degli aspetti di contenuto e di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi meta-comunicazione: ogni comunicazione quindi non solo trasmette informazioni ma si esprime anche attraverso comportamenti
  3. La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra chi comunica: è fondamentale la rilettura che ognuno dà all’evento, che può essere diametralmente opposta.
  4. Gli esseri umani comunicano sia con il canale verbale che con quello non verbale (analogico)
  5. Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici (se tendono ad eliminare le differenze tra le due perone che comunicano) oppure complementari (se le differenze tra i due comunicanti vengono invece enfatizzate)

Il primo assioma in particolare è stato una rivoluzione…proviamo a pensarci: tutto ciò che facciamo (non solo quello che viene detto) comunica qualcosa all’altro; anche il silenzio quindi è un atto comunicativo.

La comunicazione non verbale quindi considera lo sguardo, la mimica facciale e corporea, e tutto ciò che ha la funzione di sostenere, completare, rinforzare o contraddire il messaggio verbale.

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Il modo di muoversi, le distanze tra interlocutori, la posizione che si assume nel dialogo sono aspetti su cui siamo abituati a non prestare molta attenzione, ad esempio nell’incontro con culture differenti dalla nostra, ritenendoli condivisi su un livello transculturale. Ma così non è.

Facciamo degli esempi: il sorriso nelle culture occidentali vuole comunicare un accordo e un consenso con quanto si sta affermando, ma in Giappone assume una connotazione differente, poiché i subordinati possono sorridere ad un superiore per nascondergli che sono turbati; il guardare l’interlocutore negli occhi in Occidente è ritenuto un segnale di franchezza, mentre in molte altre culture, come nei paesi arabi, può comunicare un atteggiamento di sfida. O ancora, l’espressione delle emozioni con la mimica facciale è per noi un qualcosa di spontaneo, mentre in Oriente i bambini vengono educati a non lasciar trasparire nulla del proprio vissuto emotivo dalle espressioni del viso. E ancora i gesti delle mani, ed in particolare la stretta di mano per la cultura orientale è un gesto atipico, quindi non ha lo stesso valore di sincerità e forza che ha nelle culture europee ed americane.

La prossemica, termine coniato da E.Hall nel 1963, è la scienza che studia le disposizioni spaziali in una istanza comunicativa: si parla di quattro zone di relazione interpersonale, con le quali si stabilisce una correlazione tra la distanza fisica e la distanza sociale tra i diversi individui:

  • Distanza intima : fino ai 45 cm
  • Distanza personale: tra il 45 e i 120 cm, nell’interazione tra amici
  • Distanza sociale: tra 1,2 e 3,5 metri, nell’interazione tra conoscenti
  • Distanza pubblica: oltre i 3,5 metri, nelle relazioni pubbliche

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Lo stesso autore sottolinea di nuovo le differenze interculturali che ci sono nella gestione delle distanze, che sono determinate dal contesto in cui si cresce, dalla cultura di appartenenza, oltre che dal sesso degli individui: per fare un esempio, gli arabi tendono a stare molto vicini tra loro, gomito a gomito, mentre gli europei e gli asiatici mettono la distanza di un braccio tra loro.

In questo periodo storico l’interesse per la comunicazione non verbale e, in particolare, per il linguaggio del corpo è cresciuto sempre di più, a partire dagli studi di A. Mehrabian, che apre la strada all’importanza preponderante che ha la comunicazione non verbale in uno scambio comunicativo, sottolineando che i movimenti del corpo (soprattutto le espressioni facciali) hanno una incidenza del 55%, l’aspetto vocale (volume, tono, ritmo) del 38%, mentre l’aspetto verbale, e quindi il contenuto del messaggio solo il 7% (Mehrabian, A., 1981, Silent messages: Implicit communication of emotions and attitudes. Belmont, CA: Wadsworth).

Per quel che concerne i movimenti del corpo, le espressioni facciali sono fondamentali nelle interazioni comunicative, e fanno parte del sistema cinesico. Nella scuola di Palo Alto gli studiosi hanno classificato 44 movimenti di base del viso umano, che vanno dall’aggrottare le sopracciglia allo strizzare gli occhi.

Nelle diverse culture si possono avere differenti interpretazioni, come abbiamo già sottolineato, della mimica facciale, ma molti studi hanno dimostrato l’esistenza di alcune espressioni universali che sono riconosciute in percentuali elevate anche tra persone di nazionalità differente, come ad esempio rabbia, tristezza o gioia.

La comunicazione non verbale quindi non può essere considerata universale, poiché deriva da modelli di comportamento radicati in profondità nelle persone che operano alla base stessa dell’interazione comunicativa.

sonia pedalino psicologa nemesis

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