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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia


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Facciamo la nanna! Serate tematiche per genitori

Serate tematiche di conoscenza e consulenza sul sonno dei bambini, per genitori

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Quattro serate dedicate ai genitori per parlare insieme del sonno dei loro bambini imparando a conoscerlo e a gestire eventuali difficoltà per affrontare il momento della nanna senza paure e preoccupazioni accompagnando i loro piccoli a sonni sereni.

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STIMOLIAMO LA BOCCA DEI NOSTRI BAMBINI!

La funzione alimentare ha inizio già nella vita intrauterina, quando il bambino a 10 settimane di vita inizia a succhiare e a 15 settimane a deglutire.

Nel corso dei primi 3 anni di vita il bambino deve arrivare ad avere una deglutizione quasi del tutto simile a quella dell’adulto: questo potrà avvenire soltanto se l’esperienza a livello sensoriale e motorio sarà adeguata, ovvero se egli imparerà a conoscere il gusto, la temperatura, la forma, l’odore di diversi alimenti e se li saprà gestire attraverso i movimenti delle labbra, della lingua e delle guance.

La bocca rappresenta per il lattante il primo strumento attraverso il quale egli inizia a conoscere il mondo: comincia col portare le manine alla bocca per poi passare a tutti gli oggetti che gli capitano intorno. Per questo motivo lasciamo sperimentare con la bocca il nostro bambino! Naturalmente facendo attenzione a non lasciare oggetti piccoli, taglienti, caldi, che possano essere ingeriti o che possano creare situazioni di pericolo per il piccolo.

La funzione alimentare progredisce attraverso alcune tappe specifiche che il bambino deve raggiungere in un tempo definito, ma teniamo comunque presente che alcuni bambini progrediscono più o meno velocemente di altri a seconda delle esperienze, delle credenze popolari, della tollerabilità agli stimoli sensoriali e al carattere personale. Sebbene vi sia un margine di variabilità, la progressione delle tappe deve comunque essere rispettata e stimolata dall’adulto che si occupa del piccolo.

Fino ai 6 mesi è prevalente la suzione ed è caratteristico che il bambino rifiuti qualsiasi alimento che non sia latte (naturale o artificiale); successivamente il riflesso di spinta anteriore della lingua scompare e il piccolo è pronto ad iniziare lo svezzamento con cibi semisolidi  e semiliquidi (vi è parallelamente la comparsa dei primi dentini).

Dai 6 ai 9 mesi le esperienze di nuovi cibi si susseguono velocemente e a 9 mesi compare l’abilità del morso attraverso il movimento di apertura e chiusura della mandibola: è dunque importante in questo momento stimolare la bocca e i suoi movimenti con cibi duri quali pizza, pane, crosta del formaggio (gli alimenti solidi aiutano anche ad alleviare il dolore alle gengive causato dall’eruzione dei denti).

In questa fase il bambino è pronto ad abbandonare il biberon e ad assumere i liquidi dal bicchiere.

Allenare la masticazione con tutti i cibi solidi fino ai 2 anni permette di migliorare i movimenti della lingua, di tonificare la muscolatura delle guance e di tutto il viso affinchè il piccolo diventi un buon masticatore e riesca a portare autonomamente le posate alla bocca.

A 3 anni il bambino deve aver raggiunto le abilità masticatorie del soggetto adulto, con qualche accorgimento rispetto agli alimenti complessi quali spaghetti, caramelle piccole, rosso dell’uovo sodo, verdure filacciose.

Nel periodo che va dagli 0 ai 3 anni di vita vi è un’alta disponibilità ad acquisire i gusti (anche quelli poco amati come le verdure amare) e le diverse consistenze, ma bisogna far fare molta esperienza, anche se inizialmente il piccolo tende a rifiutare alcuni alimenti: ogni alimento dovrebbe essere proposto dalle 5 alle 10 volte prima di dichiarare che al bambino non piace e non rinunciare subito dopo il primo tentativo!

Ricordiamo inoltre che le abilità di alimentazione sono fondamentali per l’articolazione del linguaggio, tanto da essere definite abilità di pre-linguaggio: ciò significa che un buon sviluppo alimentare è alla base di un’adeguata articolazione dei suoni.

Dunque facciamo fare esperienza ai nostri bambini con cibi diversi e vedremo che… mangiare è un gioco divertente!

 

cristina iosa logopedista


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L’ESPERTO RISPONDE: Baby blues: i giorni difficili dopo il parto

Serena, 34 anni

Buongiorno, sono una neomamma di una bambina stupenda…la amo tantissimo… Dovrei essere felicissima, l’ho desiderata tanto, invece mi sento triste e stanca, piango spesso e la sera mi viene l’ansia all’idea di affrontare la nottata… Tutti mi parlano dell’istinto materno che dovrebbe farmi capire cosa vuole mia figlia e cosa è giusto per lei, ma … non so mai qual è la cosa giusta…non mi sento in grado di decidere, non riesco mai a capire cosa vuole e perché piange… e poi ci sono mille domande a cui non riesco a dare una risposta…tutti sembrano sapere cosa è meglio, tranne io… Mio marito mi aiuta molto, ma io mi sento ugualmente sola…Non so cosa fare…

Cara Serena,
non tutte le maternità sono caratterizzate solo dalla gioia: in alcuni casi la donna può vivere una condizione di malessere psichico generale, una sorta di indistinta malinconia. I giorni che seguono la nascita di un figlio rappresentano una fase delicata nella vita di una donna, del proprio compagno e del neonato. È questo un periodo felice che porta con sé momenti di criticità, coinvolge fattori emozionali, fisiologici, psicologici, attiva nuove relazioni e cambiamenti di ruolo, elementi che influenzano la salute della mamma e del neonato, con conseguenze sul benessere dell’intero nucleo familiare.

La maternità è caratterizzata da sentimenti intensi e ambigui, insieme all’amore enorme per il proprio bambino subentrano sentimenti di paura, insicurezza, inadeguatezza. Molte neomamme nei giorni immediatamente successivi al parto attraversano un momento di tristezza, si tratta di un leggero stato di depressione chiamato baby blues o maternity blues, che colpisce quasi l’80% delle mamme. È un disturbo transitorio e di lieve entità.

https://centronemesis.files.wordpress.com/2017/11/c949f-dpp.jpg?w=611Si presenta nella prima settimana dopo il parto e tende a diminuire progressivamente fino a scomparire dopo due o tre settimane. Le cause sono da ricercare nel brusco calo ormonale, nello stress psicofisico causato dal travaglio e dal parto, e nella situazione completamente nuova in cui si trova la donna. Le neomamme si sentono di umore variabile, piangono e si irritano facilmente, a volte provano ansia e paura di non farcela, si sentono stanche, hanno difficoltà a concentrarsi, pur non perdendo la capacità di prendersi cura del bambino.

 

Può accadere, però, che tra la quarta e la dodicesima settimana dal parto, questi sintomi si intensifichino fino a trasformarsi in una vera e propria depressione post parto (condizione patologica che colpisce circa il 10% delle donne) che può durare da alcuni mesi fino a due anni nelle forme più gravi. Questa condizione si caratterizza per un’eccessiva preoccupazione, ansia, irritabilità, perdita di interesse, di autostima e di energia. La neomamma ha difficoltà a dormire e a concentrarsi, è inappetente e si sente incapace di far fronte alle sfide della maternità. Sente di non essere all’altezza del nuovo ruolo, incapace di relazionarsi con il figlio o di instaurare un rapporto di scambio emotivo con lui, ha difficoltà nel contatto fisico e nell’allattamento, e si sente colpevole per il fastidio o l’ostilità diretta al neonato.

Tale disturbo ha un impatto sulla donna, sul bambino, sulla coppia e soprattutto sulla relazione madre-bambino. Per questo risulta fondamentale poterne parlare liberamente e avere il coinvolgimento e il sostegno da parte dei familiari.

In questi casi è fondamentale chiedere aiuto ad uno specialista, senza pensare che sia una cosa vergognosa o eccessiva, ma anzi una scelta responsabile per il benessere di tutti. Intervenire tempestivamente vuol dire non far perdere alla mamma dei momenti molto importanti, vuol dire aiutare la relazione tra questa e il bambino ed evitare conseguenze negative nel suo sviluppo.

 

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esperto

Filomena Tancredi
Psicologa Psicoterapeuta


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Bambini rauchi e senza voce: le 7 regole per proteggere le corde vocali

mal-di-gola-nei-bambiniCon il termine “Disfonia” si indica un disturbo della voce che colpisce individui di ogni età e, dunque, anche i più piccoli.
Le cause sono molteplici e la più frequente deriva dai noduli che si formano sulle corde vocali: sono dei piccoli “calli” che, posizionati sul bordo della corda vocale, le impediscono di vibrare in maniera armonica. Il risultato è una voce rauca, soffiata, gracchiante.
I noduli di solito si formano in seguito ad un cattivo uso o ad un abuso della propria voce, ad esempio gli sforzi continui, le urla, gli improvvisi cambi di tono. I bambini facilmente acquisiscono abitudini sbagliate su imitazione e per questo motivo il primo modo per evitare la disfonia nel bambino è quello di essere un adulto modello: genitori, insegnanti, parenti dovrebbero fornire un modello vocale corretto.

Nello specifico, le buone abitudini che gli adulti dovrebbero acquisire sono:

  1. capricci.jpgEvitare di parlare ad alta voce o urlare
  2. Insegnare al bambino che, per richiamare l’attenzione, si deve avvicinare e non urlare a distanza
  3. Dare al bambino tutto il tempo che gli occorre per parlare e non mettergli fretta (questo nuoce alla respirazione)
  4. Diminuire i rumori ambientali di fondo (radio, televisione, elettrodomestici) quando ci si parla
  5. Motivare il bambino a nuovi atteggiamenti vocali spiegandogliene i motivi
  6. Evitare di vestire troppo il bambino e fargli coprire bene la bocca ed il naso quando esce all’aperto e fa freddo
  7. Evitare ambienti troppo riscaldati, secchi e polverosi.

La fascia di età maggiormente colpita va dai 5 ai 14 anni (ma attenzione perché tra gli 11 e i 14 vi è la muta vocale che spesso causa disturbi temporanei alla voce) e le ricerche statistiche mostrano che se l’intervento è precoce (ovvero il bambino viene rieducato entro un anno dalla comparsa del disturbo) il 35% riporta risultati positivi alla terapia logopedica.

Ricordiamoci che la voce deriva da un insieme di fattori che devono cooperare correttamente e contemporaneamente: la corretta postura del corpo, la corretta respirazione, il corretto passaggio di aria tra le corde vocali, la buona articolazione delle parole, la capacità di ascoltarsi quando si parla. Il bambino naturalmente non ha ancora maturato una chiara idea del proprio schema corporeo e soprattutto di cosa accade quando parla, ha una scarsa capacità di focalizzare e mantenere l’attenzione sulla propria voce, non è in grado di guidarsi e correggersi da solo;  per questo motivo è di fondamentale importanza che gli adulti che lo circondano siano un modello vocale il più perfetto possibile, affinché egli acquisisca fin da subito le abitudini corrette durante l’eloquio.

Se l’adulto si accorge che il bambino perde spesso la voce o che questa è spesso rauca, è consigliabile effettuare una visita foniatrica attraverso la quale il medico specialista porrà o meno una diagnosi di disfonia e indicherà quali percorsi sono più indicati: consigli ai genitori, terapia logopedica, terapia farmacologica.

Il logopedista attuerà una terapia mirata alle esigenze del bambino allo scopo di ripristinare un corretto meccanismo durante l’emissione della voce, attraverso incontri settimanali basati sul gioco; verranno inoltre forniti consigli agli adulti che circondano il bambino affinché nel quotidiano egli abbia un modello vocale corretto da imitare.

 

cristina iosa logopedista


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LAVORIAMO CON LE EMOZIONI! Un nuovo progetto per le scuole materne ed elementari

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Dopo l’estate verrà attivato
un nuovo progetto di riconoscimento emotivo
per le scuole materne
organizzati a Torino con la collaborazione
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Lavorare sulle emozioni è importante fin dalla prima infanzia perché sono strumenti che ci danno informazioni su ciò che avviene dentro e fuori di noi, aiutandoci a capire cosa succede a noi e agli altri.

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Pensieri e aforismi #74 M. De Montaigne

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Imparare a leggere e scrivere, quali insegnamenti utili per la preparazione alla scuola primaria?

Una delle più grandi sfide che il bambino è chiamato ad affrontare è quella del passaggio dalla scuola materna alla scuola elementare e del conseguente apprendimento della lingua scritta. Spesso le preoccupazioni dei genitori rispetto al possibile insuccesso scolastico o all’incapacità di supportare adeguatamente i figli nello svolgimento dei compiti, affiancano silenziosamente l’entusiasmo e/o il timore dei bambini che si approcciano alla scuola.

prerequisiti lettura scrittura

L’incontro del bambino con la letto-scrittura, in realtà, avviene molto prima del suo ingresso alla scuola primaria: già verso i 4 anni egli inizia ad interrogarsi sul significato e sulla funzione di tale competenza. Non è raro, infatti, che a questa età, guardando il segnale stradale dello STOP, il logo di certi prodotti commerciali o la parola “fine” al termine di un cartone animato, il bambino dica “Qui c’è scritto….”. Ovviamente, non si tratta ancora di una vera e propria competenza di lettura: il bambino in questa fase vede globalmente la parola e la riconosce in base al contesto e a quella particolare forma grafica (non sarebbe infatti in grado di riconoscerla se scritta con un altro carattere). Tuttavia, è proprio in questa fase che egli inizia a elaborare ipotesi e a costruire regole che possano aiutarlo a comprendere il funzionamento della scrittura.

Il lavoro di preparazione all’apprendimento delle competenze scolari inizia, quindi, molto precocemente e coinvolge numerose abilità, definite prerequisite.

Che cosa si intende per prerequisito? Esso è un’abilità che facilita l’accesso ad una competenza più complessa ed è una condizione necessaria per un successivo apprendimento, verso funzioni più evolute.
Molte sono le funzioni che sono implicate nell’apprendimento della lingua scritta:
processi neuropsicologici quali attenzione, memoria, organizzazione spaziale, linguistica, prassica
organizzazione cognitiva che consente al soggetto di stabilire in modo coerente ed orientato un obiettivo e di perseguirlo attraverso operazioni di generalizzazione e di ragionamento
processi metacognitivi che permettono di riflettere sulle operazioni mentali effettuate stabilendo le strategie migliori per la risoluzione di un compito
livello motivazionale che consegue a rinforzi positivi esterni e al riconoscimento del valore dell’apprendimento ai fini sociali e individuali.

Le abilità di base che contribuiscono a questo apprendimento possono essere, genericamente, suddivise in due grandi categorie: competenze extra-linguistiche (familiarità con la lingua scritta, competenze attentive e percettive, memoria, competenze grafo-motorie) e competenze linguistiche e comunicative (competenze fonologiche, lessicali, grammaticali, abilità narrative, competenze metafonologiche, competenze pragmatiche).

Queste abilità vedono la loro massima automatizzazione nel periodo che va tra la fine della scuola d’infanzia e la fine del primo ciclo della scuola primaria: la scuola dell’infanzia dovrebbe dunque stimolare il bambino non tanto nell’apprendimento della forma delle lettere e dei loro suoni, quanto invece nella riflessione sul linguaggio attraverso la conoscenza e la consapevolezza delle diverse componenti dello stesso (fonologica, grammaticale, semantica, pragmatica). 

insegnamento abilità metalinguistiche

Ciò che è utile potenziare sono dunque le abilità metafonologiche, che permettono cioè di riconoscere per via uditiva i fonemi che compongono le parole del linguaggio parlato. Esse implicano un processo cognitivo in cui viene chiesto al bambino di rivolgere la sua attenzione all’aspetto acustico dell’informazione per analizzarla e tradurla in un codice grafico.

Secondo le Linee guida per il diritto allo studio degli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento, “Il linguaggio è il miglior predittore delle difficoltà di lettura, per questo è bene proporre ai bambini esercizi linguistici, ovvero operazioni metafonologiche, sotto forma di giochi” (MIUR). Numerosi sono gli studi che mettono in evidenza come la stimolazione dei bambini nell’ultimo anno della scuola materna risulti importante per potenziare le competenze di coloro che hanno una normale evoluzione linguistica e diventi invece fondamentale per coloro che presentano uno sviluppo atipico delle competenze linguistiche.

Ma quali sono le competenze metafonologiche? Dividiamo intanto in due distinti gruppi le abilità di Consapevolezza Globale e Consapevolezza Analitica.
All’interno della Consapevolezza Globale il bambino dovrebbe riuscire a:
– Discriminare a livello uditivo coppie di parole e di non parole (esempio: baca e paca sono uguali? Vaso e naso sono uguali?)
– Riconoscere parole in rima
– Riconoscere sillabe uguali in parole diverse
– Dividere le parole in sillabe
– Unire le sillabe per formare le parole

Con la Consapevolezza Analitica il bambino dovrebbe:
– Unire e dividere i singoli suoni che formano le parole
– Invertire le iniziali di due parole per formarne altre due
– Trovare quali parole fanno rima con…
– Trovare il più velocemente possibile tutte le parole che iniziano con una data lettera

Dunque l’insegnante della scuola dell’infanzia, supportato magari dallo specialista, dovrebbe aiutare i bambini a sviluppare le competenze sopra descritte, in modo da aiutarlo ad approcciarsi alla scuola primaria con un bagaglio di conoscenze utili, che gli permetteranno di apprendere la letto-scrittura in maniera fluida e regolare.

 

cristina iosa logopedista