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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia


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L’ESPERTO RISPONDE: Mio figlio è sempre arrabbiato!

Buongiorno, vi scrivo perché talvolta mi trovo in difficoltà con il mio piccolo di 5 anni. Luca, quando si arrabbia, anche per minime cose, ha dei comportamenti che da sola ho fatica a gestire: urla, si butta per terra, piange a dirotto, è un continuo “no”… da mamma cerco di consolarlo ma spesso, vedendo che continua, finisco per frustrarmi ed arrabbiarmi… come posso aiutare mio figlio?

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Buongiorno Mamma di Luca, innanzitutto colgo l’occasione per ringraziarla di averci scritto e di aver condiviso con noi questi dubbi.
Senza dubbio la rabbia è una delle emozioni meno gradite e piacevoli che riguarda tutte le età, coinvolge tanto noi adulti quanto i nostri bambini e, siccome viene socialmente considerata un’emozione “scomoda”, di difficile gestione, spesso viene disapprovata e soppressa. In realtà si tratta di uno stato d’animo fondamentale per lo sviluppo emotivo e sociale dei più piccoli perché consente loro di apprendere strategie per fronteggiarla e maggiori risorse per reagire alle avversità. Tendenzialmente la maggior parte dei bambini, durante la crescita, impara a controllare la propria rabbia, infatti le manifestazioni fisiche della collera solitamente diminuiscono tra i 3 e i 5 anni. Tuttavia alcuni bambini mostrano una difficoltà a contenere le proprie reazioni colleriche anche negli anni successivi. In questi casi è importante ricordare che la rabbia va accettata, il bambino deve potersi sfogare senza essere etichettato come rabbioso o identificato con le sue reazioni impulsive e da genitore bisogna provare a comprendere la percezione che il bambino ha della situazione, ovvero cosa scaturisce una tale reazione. I rimproveri e le punizioni finiscono col rinforzare la rabbia e innescano nel bambino meccanismi che amplificano una percezione negativa di sé.

Quindi come aiutarlo? Di fronte a uno scoppio di collera, invece di chiedere al bambino di calmarsi (in quel momento non è in grado di farlo!) o di arrabbiarvi a vostra volta (alzare la voce stimola ancora di più la sua opposizione e accresce la sua collera!), siate presenti con gesti affettuosi accompagnati da parole dolci, con funzione rassicurante e tranquillizzante. Una volta calmato, potete provare a ragionare insieme su quanto successo. Una tecnica utile può essere quella di insegnargli a riconoscere i segnali fisici che arrivano dal proprio corpo (calore, rigidità, tremore…) e che indicano la probabilità di un’esplosione di rabbia. Un altro modo per parlare di rabbia è leggere insieme storie che abbiano per protagonisti bambini arrabbiati; in questo modo si sollecita l’identificazione con il protagonista, e si può ragionare sulle soluzioni che vengono attuate. 

Giochi utili. 

  • La statua: consiste nel fatto che il bambino resti immobile quando sente la parola “statua” contenendo i suoi impulsi e, pertanto, può essere utile per sviluppare l’autocontrollo.
  • Le previsioni meteo: consiste nel chiedere al bambino come si sente in quel momento per promuovere la consapevolezza emotiva.
  • Il vulcano: consiste nel chiedere al bambino di immaginare il suo interno come se fosse un vulcano e di individuare il momento di eruzione. Questo gioco è utile per fargli prendere coscienza del suo comportamento e delle varie fasi che portano all’esplosione (irritabilità o frustrazione, rabbia, collera) in modo da aiutarlo ad arrestarsi prima di raggiungere il punto di non ritorno.

 

Tecniche di rilassamento.

  • Respirazione: fare dei respiri lenti e profondi ha un effetto calmante sulle emozioni. Per aiutarlo si può chiedere al bambino di immaginare di fare delle bolle soffiando dolcemente, in modo che debba controllare il proprio respiro;
  • Toccare acqua o sabbia: una tecnica che aiuta a calmarsi attraverso i sensi; si possono usare anche materiali e aromi differenti;
  • Pallina anti-stress: costruire insieme al bambino una pallina anti-stress (es. palloncino riempito di riso o sabbia) che possa tenere in mano nei momenti di tensione;
  • Il barattolo della calma: costruire il barattolo della calma riempiendo una bottiglia di plastica trasparente con acqua calda, colla liquida trasparente e porporina; il bambino può rilassarsi osservando i movimenti della porporina all’interno della bottiglia liberando così la mente da pensieri negativi.

In generale è importante aiutare il bambino a comprendere quali attività possono avere un effetto rilassante e calmante nei momenti di tensione (es. disegnare, contare fino a dieci, colorare, ascoltare la musica, fare un bagno caldo etc…).

Spero di esserle stata d’aiuto fornendo qualche spunto in più per affrontare queste situazioni.

Dott.ssa Mereu Cristina
Neuropsicomotricista

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L’ESPERTO RISPONDE: Odio essere timido!

Buonasera, sono Luca, vi scrivo perché vorrei rivolgervi una domanda.
Riguarda la mia timidezza: quando sto in gruppo o conosco persone nuove, mi sento molto insicuro, nel senso che non parlo con gli altri e che mi emoziono! Mi potrebbe dare, cortesemente, dei consigli, per sbloccare la situazione e poter risolvere questo mio problema?

Caro Luca, timidezza e insicurezza sono caratteristiche umane presenti in molti di noi. Talvolta possono esser vissute come un ostacolo nella nostra vita sociale. Vorremmo magari essere più spigliati o brillanti, o solamente provare con minor intensità il disagio che tanto ci destabilizza. Provo a dare alcune risposte alla sua domanda: le prenda come spunti di riflessione, più che come consigli.

Che cos’è l’introversione? Innanzitutto, l’introversione è una qualità psicologica che connota molte persone. Lungi dall’essere un problema, denota semplicemente una maggiore attenzione verso la propria interiorità – pensieri, sensazioni, stati d’animo, fantasticherie – che verso il mondo esterno. Questo atteggiamento si accompagna spesso ad un’altra tendenza, inconsapevole e spontanea: chi è più introverso riveste facilmente la realtà esterna (persone, situazioni, eventi) di suoi significati o aspettative. Detto altrimenti: meno vivo concretamente il mondo e più lo investo di valori personali. Capita che un atteggiamento fortemente introverso ci porti a vivere l’esterno un po’ come uno schermo su cui proiettiamo parti di noi.

Perché ci si sente insicuri? Questione differente – poi – è l’insicurezza, che nel suo caso si presenta in gruppo o con nuove conoscenze. Forse potrebbe esserle d’aiuto domandarsi e mettere a fuoco cosa potrebbero rappresentare per lei i gruppi di persone e le situazioni nuove. Divertimento? Minaccia? Libertà? Giudizio? Sono solo esempi, ma cercare di comprendere il rapporto che per lei esiste fra questo stato d’animo e le situazioni in cui lo prova può essere un primo passo sulla strada per gestirlo.

Come affrontare queste difficoltà? Forse “gestire il problema” non è la formula giusta – e veniamo al terzo punto su cui le propongo di riflettere. Forse sarebbe meglio chiedersi come trovare un significato per ciò che si prova. Nella sua domanda lei scrive che non parla più con gli altri e che si emoziona. Beh, le nostre emozioni talvolta possono lasciarci senza parole (tutti prima o poi lo abbiamo provato), ma sono anche un segnale che il nostro organismo ci invia per comunicarci qualcosa. Per quanto possa esser sgradevole come ci sentiamo, da un punto di vista psicologico non ci sono emozioni negative: tutte affiorano per una ragione e – ahimè – ci tengono ad essere ascoltate, anche a costo di diventare molto insistenti. Questo per dire che, pur se faticoso, è utile chiedersi in che modo le nostre emozioni e stati d’animo potrebbero essere dei segnali da ascoltare, anziché dei problemi da risolvere.

Le mie sono osservazioni di carattere generale, ma spero comunque che possano esserle d’aiuto nell’inquadrare con più chiarezza ciò che sta vivendo e nel trovare una possibilità di dialogo con la sua insicurezza. Se ritenesse opportuno intraprendere un percorso psicologico per approfondire ciò che le sta capitando le mie colleghe ed io restiamo a disposizione.

Dott. Martino Lioy,
psicologo clinico,
psicoterapeuta e psicodrammatista specializzando.

 

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L’ESPERTO RISPONDE: Aiuto… mio figlio scrive male!

Buongiorno, sono la mamma di Antonio, un bambino di 7 anni che ha appena finito la II elementare e vi contatto perché sono sempre più preoccupata e confusa! Verso la fine dell’anno scolastico le maestre mi hanno consigliato di rivolgermi ad un professionista perché hanno notato che Antonio ha difficoltà a scrivere. Nello specifico riferiscono che il bambino rimane indietro durante i dettati, scrive male le lettere, colora senza rispettare i bordi, calca tanto e spesso lamenta male al polso…  Mio figlio, dall’altro lato, sembra non amare i momenti in cui gli viene richiesto di scrivere o disegnare o colorare, anzi se può li evita e, soprattutto, ultimamente sembra rendersi conto di essere più in difficoltà rispetto ai compagni. Eppure è un bambino sveglio, ha imparato in fretta a leggere, va a scuola volentieri e non ha altre difficoltà scolastiche! Non capisco se possa avere qualche problema e da cosa possa esser dovuto perché facendo qualche ricerca e parlando con altre mamme è saltato fuori il discorso DSA. È possibile che si tratti di questo? Come posso aiutarlo?

Buongiorno, innanzitutto colgo l’occasione per ringraziarla di averci scritto e di aver condiviso con noi questi dubbi. Sicuramente si tratta di un tema molto ampio per cui è bene fare subito chiarezza su alcuni punti.

Cosa vuol dire DSA? Il termine DSA indica i disturbi specifici di apprendimento che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto; questi si manifestano con l’inizio della scolarizzazione e sono definiti disturbi del neurosviluppo in quanto dipendono dalle diverse modalità di funzionamento delle reti neurali coinvolte in questi processi e la loro causa, quindi, non è assolutamente da attribuirsi ad un deficit di intelligenza né a deficit sensoriali.

Difficoltà nella scrittura. Fatta questa necessaria premessa entriamo nel vivo della domanda. Da quello che leggo mi sembra che le difficoltà di suo figlio siano esclusivamente legate al processo di scrittura, ed in particolare, alla qualità della traccia grafica.
I campanelli d’allarme sono molteplici e alcuni li ha già descritti lei: scrittura scarsamente leggibile, lentezza nello scrivere, dolore al polso, traccia molto calcata, buchi nel foglio, ritocchi di segni già tracciati, discontinuità del tratto e numerose interruzioni, lettere di differente grandezza, non rispetto dei margini, lettere tremolanti, impugnatura della penna inusuale, evitamento e rifiuto nei confronti di attività grafomotorie etc…

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Quali processi sono coinvolti? Adesso facciamo un piccolo passo indietro per comprendere quali siano le abilità legate alla grafomotricità. È importante conoscerle perché eventuali lacune, anche in una sola di queste aree, potrebbero interferire con l’abilità di scrivere!

  • Abilità generiche:
    • Equilibrio
    • Controllo posturale
    • lateralizzazione
  • Abilità specifiche:
    • Coordinazione dinamica dell’arto superiore, necessario per poter controllare i movimenti del braccio;
  • Coordinazione occhio-mano, ovvero l’abilità che permette un lavoro simultaneo e coordinato fra i movimenti degli occhi e quelli dell’arto superiore scrivente;
  • Motricità fine, quindi il prodotto di movimenti minuziosi e precisi a carico della mano e delle dita;
  • Abilità visuo-spaziali, ovvero la capacità dell’individuo di percepire, agire ed operare sulle rappresentazioni mentali in funzione di coordinate spaziali;
  • Percezione ed analisi visiva, ossia l’abilità di discriminare le forme, associarle, apprezzarne le caratteristiche e individuarne le differenze;
  • Orientamento ed organizzazione spazio-temporale, cioè la capacità di percepire la posizione del proprio corpo in relazione agli oggetti e alle persone nello spazio e nel tempo. Sono necessarie per consentirci di orientarci nello spazio grafico del foglio, capire dove iniziare a scrivere e dove interrompersi, seguire un andamento lineare, mantenere una grandezza regolare delle lettere, orientarle correttamente, sapere cosa viene prima e cosa dopo, mantenere un ritmo.
  • Memoria a breve e lungo termine
  • Attenzione sostenuta
  • Abilità fonologiche, metafonologiche e linguistiche.

Da dove iniziare? Quindi prima di tutto sarà fondamentale comprendere a quali di queste componenti sono dovute le difficoltà di suo figlio; per questo motivo risulta necessario, prima di tutto, effettuare una valutazione neuropsicomotoria in modo da identificare le problematiche specifiche e poter, eventualmente, iniziare un percorso riabilitativo per potenziare, recuperare o vicariare tali difficoltà.
Il mio consiglio è di rivolgervi al servizio di neuropsichiatria infantile del territorio oppure ad un centro specializzato privato e/o convenzionato per cominciare, il prima possibile, l’iter valutativo.

Spero di aver risposto esaustivamente ai suoi dubbi.

Dr.ssa Mereu Cristina
Neuropsicomotricista

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ESPERTO RISPONDE Nemesis


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L’ESPERTO RISPONDE: Come si interpretano i sogni?

Buonasera,
mi chiamo Franco, ho 34 anni e vivo a Torino da alcuni mesi. Mi sono trasferito a inizio anno (vengo dalle Marche) per lavoro e per studio. Da quando sono andato via di casa faccio fatica a dormire e ho degli incubi ricorrenti: molto spesso sogno il mio vecchio quartiere distrutto, a volte da soldati nazisti, a volte da strani predoni, a volte semplicemente da figure nere che non riesco a vedere. Mi sveglio poi di soprassalto, triste e spaventato e non riesco più a prender sonno per parecchio tempo. Forse è una cosa da poco, per i miei amici è naturale che continui a sognare la mia città di nascita, ma così? Vorrei sapere cosa significano questi sogni, cosa dovrei fare?

Buonasera Franco.
Lei non è il primo a interrogarsi sul significato dei propri sogni. Come certamente saprà è un tema che attraversa la storia dell’umanità e su cui è stata formulata ogni sorta di teoria. Continua a leggere


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L’ESPERTO RISPONDE: adolescenti e tecnologia. Come è più utile comportarsi, da genitori?

Buongiorno, sono madre di due figli di 16 e 11 anni e li vedo sempre incollati ai loro smartphone o ai videogiochi. Il padre ed io abbiamo deciso di comprarglieli siccome ormai sembra impossibile vivere senza, ma sono un po’ preoccupata. Non è che fanno male? Potreste darmi qualche dritta al riguardo?

Buongiorno signora,
grazie per averci contattati, solleva una questione di grande attualità. È difficile rispondere in modo univoco, poiché ci troviamo di fronte non a una semplice moda, ma a un cambio radicale della nostra società. Quella che i nostri figli stanno vivendo (e noi con loro) è una rivoluzione tecnologica importante. Il cambiamento riguarda tutti, sancisce una nuova forma di “normalità” sociale (come giustamente lei scriveva ormai pare impossibile fare a meno della tecnologia), entra appieno nelle nostre abitudini e ne crea di nuove. Ciò semplifica le cose per i nostri ragazzi: i figli del 3° millennio fanno un uso delle nuove tecnologie che è assolutamente spontaneo, naturale, immediato – i sociologi parlano di nativi digitali per descrivere il fatto.

Alcuni dati. Rispetto ai nuovi mezzi di comunicazione le vorrei fornire prima di tutto alcune informazioni. Diversi studi riportano che negli ultimi 15 anni gli adolescenti passano meno tempo fuori casa con i loro amici, hanno meno fretta di prender la patente o di avere appuntamenti romantici, si sentono più spesso esclusi o soli e dormono meno. Come leggere questi dati? A prima vista si potrebbe concludere che il tempo speso sui social media sta impoverendo e rallentando le nuove generazioni, ma credo che la situazione sia più complessa. Le ore dedicate alla comunicazione virtuale fanno sì – parallelamente – che ragazzi e ragazze d’oggi siano molto meno esposti a rischi quali l’uso di alcol o di sostanze stupefacenti, nonché a rapporti sessuali precoci. In generale lo schermo è anche una protezione, un filtro rispetto a esperienze che le generazioni precedenti hanno vissuto in modo più diretto e immediato.

E i videogiochi? Rispetto ai videogiochi il discorso è analogo. Se da una parte la loro pervasività pare spesso eccessiva, dall’altra offrono opportunità di svago (e di fantasia) notevoli. Il gioco, nei bambini (ma anche negli adulti!), ha sempre svolto una funzione fondamentale, cioè quella di permettere la sperimentazione di determinati comportamenti – ed emozioni – in un ambiente protetto, in una semirealtà creata apposta per essere cornice fantasiosa di ogni sorta di sfide, utili a crescere ed imparare a stare al mondo. 40 anni fa il bambino che giocava a calcio in cortile con gli altri bambini imparava (fra le righe) il gioco di squadra, la determinazione, il senso della fatica, i limiti del corpo, la gioia dell’allenarsi e via dicendo. Analogamente, i ragazzini che ad oggi giocano online sconfiggendo mostri e draghi o vincendo Coppe dei Campioni virtuali imparano a gestire la propria aggressività e competitività, chiacchierano con altri coetanei che magari vivono in altre città, si confrontano e coordinano con gli amici e – come in un racconto fantastico – si identificano con gli eroi intrepidi e valorosi che affrontano missioni. In entrambi i casi il gioco diventa una metafora, portando a sperimentarsi nella sfida che – per tutti noi, giovani o meno giovani – è la vita.

Come devono porsi i genitori? Il punto più importante, però, è un altro. La tecnologia sta seguendo un suo sviluppo, con innegabili pregi ed altrettanto innegabili difetti, ma il fattore umano resta centrale. In ogni generazione qualcuno ha incolpato qualche forma di svago per la cattiva educazione dei più giovani (“sta tutta la notte a leggere quei romanzetti di fantascienza”, “è sempre incollato alla televisione”, “sempre a perdere tempo al campo sportivo”), ma ciò che più influisce sulla crescita dei nostri figli è la nostra capacità di essere in relazione con loro. Il consiglio che allora posso darle, forse scontato, è di restare accanto a loro nella loro crescita, cercando di comprenderne la realtà, aiutandoli a pensarla assieme, a immaginarla negli aspetti più e meno belli, a costruire assieme quella proverbiale via di mezzo che potrà essere la strada unica e personale che percorreranno verso il loro futuro.

Dr. Martino Lioy
Psicologo

 

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ESPERTO RISPONDE: non è mai troppo tardi per rimediare alla “zeppola”

Buongiorno,
Scrivo perché da sempre ho la cosiddetta “zeppola” nel pronunciare le parole con la “s”. Non ci ho mai dato troppo peso, ma adesso avrei piacere di correggerla.
Cosa mi consiglia?
Grazie
Martina, 20 anni

balbuzie123

Cara Martina,
Il disturbo a cui lei fa riferimento si configura come un problema articolatorio periferico ed è dovuto da uno scorretto posizionamento della lingua durante l’articolazione dei suoni.

Il termine esatto è sigmatismo e può essere di differenti tipologie: sigmatismo interdentale, laterale o addentale.

  • Sigmatismo interdentale: la lingua si interpone fra le arcate dentarie durante la fonazione. Questa condizione si associa, spesso, a abitudini viziate, quali l’uso protratto del ciuccio, la suzione del pollice o di corpi estranei (matite, cappucci delle penne, angoli dei vestiti…) o l’onicofagia.

Spesso, il sigmatismo interdentale si associa a un meccanismo deglutitorio disfunzionale, in cui non è avvenuto un corretto passaggio a una deglutizione di tipo adulto.

  • Sigmatismo laterale: parte del corpo linguale – in particolare l’apice oppure il dorso – poggia sul palato durante l’articolazione, causando un ostacolo alla corretta fuoriuscita del suono, che viene così deviato a destra o sinistra della lingua stessa.
  • Sigmatismo addentale: la punta della lingua si appoggia contro la superficie posteriore degli incisivi superiori.

Il fonema /s/ si produce grazie al passaggio dell’aria nello spazio lasciato dal contatto fra le arcate dentarie superiori e inferiori, mentre l’apice della lingua si accosta agli alveoli dentali.
Il mio consiglio è di effettuare una valutazione logopedica per capire il tipo di sigmatismo e le imprecisioni articolatorie da lei commesse.
La valutazione, inoltre, sarà utile a constatare l’eventuale presenza di deglutizione disfunzionale, in cui la lingua assume una posizione scorretta durante la deglutizione.

Una deglutizione disfunzionale può contribuire a uno squilibrio muscolare orofacciale (SMOF), causare respirazione orale e problemi posturali.

Alla valutazione generalmente segue la presa in carico logopedica, con l’obiettivo di correggere i meccanismi disfunzionali, sostituendoli con quelli fisiologici, promuovendo una successiva automatizzazione degli stessi.

Il trattamento per il sigmatismo prevede un iniziale lavoro sulla propriocezione della lingua all’interno della bocca; successivamente, si provvede alla corretta impostazione del suono.

Durante tutto il periodo di presa in carico è indispensabile la motivazione e la partecipazione attiva dell’utente che deve impegnarsi nello svolgere costantemente a casa gli esercizi proposti in seduta, al fine di favorire l’automatizzazione di quanto appreso. Con un po’ di esercizio… non è mai troppo tardi per aggiustare la dizione!

Dr.ssa Silvia Giusiano
Logopedista

 

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L’ESPERTO RISPONDE: quando le nostre storie ci intrappolano

Mi chiamo Marco, ho 28 anni. Mi sono lasciato da poco con la mia ragazza, perché era troppo distante da me, non c’era. Anche se gliene avessi parlato non penso che lei avrebbe potuto capire ed essermi d’aiuto, forse non sarebbe neanche stato giusto farle carico delle mie difficoltà. Mi rendo però conto che per me è molto duro dire cosa provo, farmi avanti, fin da piccolo ho avuto questa sensazione.
Piango molto da allora, mi sento perso. È così complicato l’amore, sono confuso. 
Non so se c’entri, ma i miei si sono lasciati quand’ero piccolo, ho vissuto sballottato fra due case, spesso cercando di esser loro d’aiuto, sono stati anni difficili.
C’è qualcuno con cui posso condividere queste emozioni?

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Caro Marco,
grazie per averci scritto. Parli di qualcosa di molto importante, ci porti una domanda che tocca l’esperienza di moltissime persone.

Nella nostra vita esistono alcuni snodi centrali. La costruzione di un rapporto di coppia è certamente uno di questi. La coppia, fra i tanti ruoli che ricopre, racconta anche della nostra capacità e disponibilità a renderci permeabili, ad aprirci all’altro, a fidarci. Spesso troviamo complementarietà e corrispondenze con le persone a cui siamo più legati. Capita che in un rapporto d’amore o in un’amicizia profonda si tenda a una certa completezza, ricercando nell’altro caratteristiche che sentiamo in noi mancanti e – specularmente – investendo molto sui tratti comuni e condivisi. È allora frequente (per fare qualche esempio) che uno sia “l’introverso” e l’altra “quella espansiva”, che l’uno sia “quello che decide” mentre l’altro “quello che si fa guidare”.

Qualcosa di analogo accade dentro di noi, in un gioco di rispecchiamenti di desideri e di paure. La nostra personalità è come un insieme di storie che ripetutamente noi raccontiamo e sentiamo raccontare su noi stessi. Nel tempo, in base a ciò che viviamo, certe storie ci diventano più familiari di altre, che restano invece relegate in un altrove ignorato o rifiutato. Questo processo – prevalentemente inconsapevole, sia chiaro – di scelta delle storie che più ci rappresentano risponde a un bisogno di coerenza, di chiarezza, di definizione. È ciò che, semplificando, costituisce la nostra identità. 

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Ogni scelta comporta sempre una rinuncia, ma di questo capita di non accorgersene se non a posteriori. Quando noi scartiamo certe storie su noi stessi restringiamo il nostro campo d’azione, limitiamo la nostra libertà non solo di movimento, ma anche di pensiero. “Io sono forte”, è molto rassicurante saperlo, mi fa sentire bene. Eppure questo – col tempo – mi può rendere inaccessibile l’idea di poter essere (almeno qualche volta) debole, fragile, vulnerabile; bisognoso.

Quegli aspetti dell’esistenza che non ammettiamo in noi stessi (ciò che non ci piace, che giudichiamo negativamente), a lungo andare rischiamo di relegarli nell’ombra, di escluderli dalla nostra coscienza. In tal modo – pur pensando di essercene liberati – lasciamo questi aspetti privi di parole che possano descriverli e li rendiamo impensabili. E dove meno c’è la nostra capacità di pensiero (che è ciò che dà forma e contenimento alle nostre esperienze), tanto maggiore è l’imperversare incontrollato delle emozioni, che allora perdono la loro naturale funzione di bussola e coloritura psichica e diventano invece un caotico tormento e un oceano tumultuoso che ci disorienta.

Può capitare così di sentirsi bloccati, senza via d’uscita né alternative. La carica emotiva che avvertiamo dentro di noi ci pare troppo intensa per essere gestibile, ci è molto difficile pensare che qualcuno possa accoglierla e saperla maneggiare. Più semplicemente, ci è molto difficile pensare. Una possibile strada è forse quella di ritrovare un nome per ciò che sentiamo, trovare in noi parole nuove per raccontare e immaginare il nostro dolore, per dargli una forma, un aspetto, una dignità, un luogo psichico di sosta e di dimora.

Tu hai accennato ad alcune difficoltà che hai attraversato nella tua crescita, alla necessità di esser presente e d’aiuto per la tua famiglia. Dopo tanti anni nel ruolo di soccorritore può magari esser difficile ora ritrovare in te quelle parti (necessariamente un po’ accantonate) bisognose di cure e in grado di chiedere aiuto. Non è mai semplice entrare in contatto con quanto dentro di noi parla di fragilità e mancanza. Allo stesso tempo, però, cercando una via per dar voce a queste parti sarà possibile familiarizzare poco a poco con esse, renderle più pensabili e accettabili, integrarle nella tua storia di vita e renderle – se non proprio risorse – dei tratti di te consapevoli di ciò che desideri e capaci di dar casa alla tua sofferenza.

Dr. Martino Lioy
Psicologo clinico

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L’ESPERTO RISPONDE: emozioni inaspettate in gravidanza

Simonetta, 32 anni

Buongiorno,
Vi scrivo perché ho scoperto da poche settimane di essere incinta e forse non mi sento come dovrei sentirmi. Io e mio marito l’abbiamo cercato, lo desideravamo entrambi. Non abbiamo fatto come molte coppie che contano i giorni fertili ci abbiamo provato e in modo molto tranquillo è arrivato. Diciamo che ci siamo affidati al destino e in poco più di un paio di mesi il test ha dato esito positivo.
Non ho avuto il tempo di realizzare la cosa, mi sento spaesata e dentro di me circolano mille emozioni. È una cosa stranissima, non ho mai provato nulla di simile.
Mi faccio sempre mille domande… sono una insicura io. Ciò che mi preoccupa è che sento delle amiche o delle colleghe incinte come me che sprizzano di felicità da tutti i pori, leggo sempre di emozioni positive e di gioia immensa. E io? Io mi sento per lo più impaurita, ho mille dubbi e mille domande, ma perché? È normale? Possibile che io sia così diversa dalle altre?unnamed-1

Buongiorno cara Simonetta, la ringrazio averci scritto.
La gravidanza è un momento delicato nella vita di una donna. Ogni gravidanza è diversa, ogni donna è diversa come ogni giorno è diverso. Il ventaglio delle esperienze che possiamo provare è enorme, dal sentirsi sane e forti come non mai, con un senso di totale benessere, raggianti e felici, al sentirsi invece incredibilmente nauseate, affrante e svogliate.

Potremmo ritrovarci deluse o addirittura arrabbiate perché ciò che stiamo sperimentando potrebbe non coincidere affatto con le nostre aspettative sulla gravidanza e su come ci saremmo dovute sentire. Per quanto abbiamo desiderato questo momento, insieme alla felicità è possibile sperimentare momenti di paura, ambivalenza, rimpianto e incertezza. Come cambierà la nostra vita? Siamo pronte ad essere madri?

Inoltre durante la gravidanza spesso le donne si sentono più vulnerabili emotivamente e più sensibili sotto tutti i punti di vista, sia fisici che emotivi, anche per effetto dello squilibrio ormonale. Quindi quello che sta provando, Simonetta, è del tutto normale: molte donne come lei lo provano ma è difficile ammetterlo. Tutti “gli altri” si aspettano reazioni di gioia, e svelare le nostre paure diventa difficile. A volte la sensazione di sentirci giudicate, quindi, potrebbe impedirci di accettare e condividere le nostre emozioni.unnamed.jpg

Durante la gravidanza ci saranno molti cambiamenti che si affacceranno alla nostra esperienza: il nostro corpo, il lavoro, la famiglia, le persone intorno a noi. Una chiave per fronteggiare questo percorso è provare ad accogliere e accettare tutto ciò che verrà ed essere gentili e compassionevoli con noi stesse, soprattutto quando proveremo paura.
Spero di esserle stata di aiuto, le auguro di godersi ogni momento di questa esperienza.

 

mara per articoli

 

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esperto


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L’ESPERTO RISPONDE: cosa sono i Dsa e come muoversi dopo una segnalazione?

Buongiorno,
sono mamma di Luca, bambino di otto anni che ha terminato a giugno la seconda elementare. Le maestre, in occasione della consegna delle pagelle, mi hanno segnalato che il bambino presenta una lettura molto lenta e con molti errori. Per questo motivo, mi hanno consigliato una valutazione logopedica in quanto Luca potrebbe presentare un disturbo specifico di apprendimento.
Di che cosa si tratta esattamente? Come devo muovermi?
Grazie.Schermata 2018-09-11 alle 14.03.42

Gentile mamma,
con il termine disturbo specifico di apprendimento si intende un disturbo del neurosviluppo che interessa la sfera degli apprendimenti scolastici, in bambini che non presentano problemi a livello intellettivo generale.

In particolare, i disturbi specifici di apprendimento vengono classificati nel seguente modo, in base alle caratteristiche cliniche:
Dislessia: disturbo della lettura, si manifesta come difficoltà a decodificare un testo scritto; il soggetto presentante dislessia tende a leggere più lentamente e a commettere più errori rispetto alla media dei coetanei.
Disortografia: disturbo della scrittura, si manifesta con difficoltà ad acquisire le regole ortografiche e permanere nei testi scritti di numerosi errori di ortografia;
Disgrafia: disturbo della grafia, si manifesta con difficoltà motorie dell’atto grafico;
Discalculia: disturbo della capacità di comprendere e operare con i numeri.

Questi disturbi vengono definiti specifici in quanto non conseguono a problemi neurologici, ambientali o intellettivi.
È frequente incontrare nel bambino la presenza contemporanea di uno o più disturbi specifici.
Spesso sono individuabili una serie di campanelli di allarme che possono segnalare la presenza di un disturbo specifico di apprendimento.

Nella fascia di età di Luca, i possibili indicatori a cui prestare attenzione sono i seguenti:
– La lettura è poco fluida e, di conseguenza, viene inficiata la comprensione di ciò che si sta leggendo;
– Il bambino cerca delle scuse per evitare di leggere;
– In scrittura, il lessico è ristretto;
– Gli errori ortografici sono eccessivi rispetto all’età e alla classe frequentata;
– È presente confusione rispetto all’ordine delle lettere che compongono le parole;
– Non può utilizzare i propri appunti per studiare;
– Confonde la destra e la sinistra;
– L’esposizione orale di fatti e di racconti risulta povera di termini e difficoltosa;
– L’uso del diario scolastico risulta disorganizzato e non trascrive i compiti assegnati;
– Ha difficoltà ad imparare le tabelline

Nel caso specifico di suo figlio le maestre segnalano la preoccupazione che il bambino presenti dislessia.Schermata 2018-09-11 alle 14.03.27.png

Che cosa fare?
La cosa migliore da fare è rivolgersi a degli esperti per una valutazione diagnostica.
Per effettuare tale valutazione, è necessario rivolgersi al Servizio di Neuropsichiatria Infantile dell’ASL di appartenenza o a un centro privato e/o convenzionato specializzato.
La valutazione viene eseguita da un’equipe multidisciplinare, che si avvale di specifici test da somministrare al bambino per indagare le seguenti aree:

  • Intelligenza (Q.I.),
  • Capacità di lettura (velocità di lettura e correttezza),
  • Capacità di scrittura (correttezza),
  • Comprensione del testo,
  • Capacità di calcolo.

Alla fine del percorso valutativo, l’equipe redige una relazione in cui si esplicitano i risultati ottenuti nei vari test e – qualora sia necessario – la diagnosi di disturbo specifico.

Quando effettuare la diagnosi?
Secondo la normativa vigente, è possibile effettuare la diagnosi di dislessia e disortografia alla fine della seconda elementare e la diagnosi di discalculia alla  fine della terza elementare.

Dr.ssa Silvia Giusiano

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L’ESPERTO RISPONDE: quanto è importante la varietà degli alimenti?

Buongiorno,
sono una donna di 32 anni. Avrei bisogno di un consiglio da una nutrizionista. Non ho particolari problemi di peso ma mi piacerebbe essere più attenta nello scegliere quali alimenti mangiare durante la settimana. Purtroppo, infatti, mi rendo conto di mangiare sempre le stesse cose e anche se questo non incide sul mio peso, mi piacerebbe poter avere una dieta più variegata per il mio benessere. Vi chiedo, quindi, cortesemente, di darmi alcune indicazioni per poter scegliere gli alimenti in modo equilibrato.
Grazie,
Beatrice

Buongiorno Beatrice,
la ringraziamo per averci scritto. Come già lei accennava, confermo che è di  fondamentale importanza la variazione degli alimenti all’interno della propria dieta.
Nel corso di ogni giornata è molto importante, infatti, assimilare tutti i nutrienti presenti nei differenti cibi dei gruppi alimentari.

Più nello specifico, i gruppi alimentari sono 7 e sono così composti:

Immagine correlata1. carne, pesce, uova;
2. latte e derivati;
3. cereali e tuberi;
4. legumi;
5. grassi da condimento ed oli;
6. ortaggi e frutti fonte di vitamina A (come carote crude, spinaci, cavolo, broccoli, verze, aglio, olio di germe di grano, prezzemolo, tarassaco, crescione, zucca, cicoria, pomodoro, lattuga);
7. Ortaggi e frutti fonte di vitamina C (tra le fonti principali vi sono gli agrumi, i kiwi, le fragole, il ribes nero, le verdure a foglia scura -come broccoli, crescione, spinaci, cavolo-, i pomodori e le patate.

Ricordo che non esiste un alimento completo che contenga tutti i principi nutritivi (glucidi, lipidi, proteine, dosali minerali, acqua e vitamine), ed è proprio per questo motivo che variare la nostra alimentazione è essenziale per mantenere un buono stato di salute. Naturalmente è utile tenere conto anche dei propri gusti, ma dato che la natura ci mette a disposizione una molteplicità di alimenti, sicuramente sarà possibile trovare quelli che preferiamo in ogni singolo gruppo.

Dr.ssa Shuela Curatola
Nutrizionista

 

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