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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia


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ESPERTO RISPONDE: non è mai troppo tardi per rimediare alla “zeppola”

Buongiorno,
Scrivo perché da sempre ho la cosiddetta “zeppola” nel pronunciare le parole con la “s”. Non ci ho mai dato troppo peso, ma adesso avrei piacere di correggerla.
Cosa mi consiglia?
Grazie
Martina, 20 anni

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Cara Martina,
Il disturbo a cui lei fa riferimento si configura come un problema articolatorio periferico ed è dovuto da uno scorretto posizionamento della lingua durante l’articolazione dei suoni.

Il termine esatto è sigmatismo e può essere di differenti tipologie: sigmatismo interdentale, laterale o addentale.

  • Sigmatismo interdentale: la lingua si interpone fra le arcate dentarie durante la fonazione. Questa condizione si associa, spesso, a abitudini viziate, quali l’uso protratto del ciuccio, la suzione del pollice o di corpi estranei (matite, cappucci delle penne, angoli dei vestiti…) o l’onicofagia.

Spesso, il sigmatismo interdentale si associa a un meccanismo deglutitorio disfunzionale, in cui non è avvenuto un corretto passaggio a una deglutizione di tipo adulto.

  • Sigmatismo laterale: parte del corpo linguale – in particolare l’apice oppure il dorso – poggia sul palato durante l’articolazione, causando un ostacolo alla corretta fuoriuscita del suono, che viene così deviato a destra o sinistra della lingua stessa.
  • Sigmatismo addentale: la punta della lingua si appoggia contro la superficie posteriore degli incisivi superiori.

Il fonema /s/ si produce grazie al passaggio dell’aria nello spazio lasciato dal contatto fra le arcate dentarie superiori e inferiori, mentre l’apice della lingua si accosta agli alveoli dentali.
Il mio consiglio è di effettuare una valutazione logopedica per capire il tipo di sigmatismo e le imprecisioni articolatorie da lei commesse.
La valutazione, inoltre, sarà utile a constatare l’eventuale presenza di deglutizione disfunzionale, in cui la lingua assume una posizione scorretta durante la deglutizione.

Una deglutizione disfunzionale può contribuire a uno squilibrio muscolare orofacciale (SMOF), causare respirazione orale e problemi posturali.

Alla valutazione generalmente segue la presa in carico logopedica, con l’obiettivo di correggere i meccanismi disfunzionali, sostituendoli con quelli fisiologici, promuovendo una successiva automatizzazione degli stessi.

Il trattamento per il sigmatismo prevede un iniziale lavoro sulla propriocezione della lingua all’interno della bocca; successivamente, si provvede alla corretta impostazione del suono.

Durante tutto il periodo di presa in carico è indispensabile la motivazione e la partecipazione attiva dell’utente che deve impegnarsi nello svolgere costantemente a casa gli esercizi proposti in seduta, al fine di favorire l’automatizzazione di quanto appreso. Con un po’ di esercizio… non è mai troppo tardi per aggiustare la dizione!

Dr.ssa Silvia Giusiano
Logopedista

 

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L’ESPERTO RISPONDE: quando le nostre storie ci intrappolano

Mi chiamo Marco, ho 28 anni. Mi sono lasciato da poco con la mia ragazza, perché era troppo distante da me, non c’era. Anche se gliene avessi parlato non penso che lei avrebbe potuto capire ed essermi d’aiuto, forse non sarebbe neanche stato giusto farle carico delle mie difficoltà. Mi rendo però conto che per me è molto duro dire cosa provo, farmi avanti, fin da piccolo ho avuto questa sensazione.
Piango molto da allora, mi sento perso. È così complicato l’amore, sono confuso. 
Non so se c’entri, ma i miei si sono lasciati quand’ero piccolo, ho vissuto sballottato fra due case, spesso cercando di esser loro d’aiuto, sono stati anni difficili.
C’è qualcuno con cui posso condividere queste emozioni?

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Caro Marco,
grazie per averci scritto. Parli di qualcosa di molto importante, ci porti una domanda che tocca l’esperienza di moltissime persone.

Nella nostra vita esistono alcuni snodi centrali. La costruzione di un rapporto di coppia è certamente uno di questi. La coppia, fra i tanti ruoli che ricopre, racconta anche della nostra capacità e disponibilità a renderci permeabili, ad aprirci all’altro, a fidarci. Spesso troviamo complementarietà e corrispondenze con le persone a cui siamo più legati. Capita che in un rapporto d’amore o in un’amicizia profonda si tenda a una certa completezza, ricercando nell’altro caratteristiche che sentiamo in noi mancanti e – specularmente – investendo molto sui tratti comuni e condivisi. È allora frequente (per fare qualche esempio) che uno sia “l’introverso” e l’altra “quella espansiva”, che l’uno sia “quello che decide” mentre l’altro “quello che si fa guidare”.

Qualcosa di analogo accade dentro di noi, in un gioco di rispecchiamenti di desideri e di paure. La nostra personalità è come un insieme di storie che ripetutamente noi raccontiamo e sentiamo raccontare su noi stessi. Nel tempo, in base a ciò che viviamo, certe storie ci diventano più familiari di altre, che restano invece relegate in un altrove ignorato o rifiutato. Questo processo – prevalentemente inconsapevole, sia chiaro – di scelta delle storie che più ci rappresentano risponde a un bisogno di coerenza, di chiarezza, di definizione. È ciò che, semplificando, costituisce la nostra identità. 

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Ogni scelta comporta sempre una rinuncia, ma di questo capita di non accorgersene se non a posteriori. Quando noi scartiamo certe storie su noi stessi restringiamo il nostro campo d’azione, limitiamo la nostra libertà non solo di movimento, ma anche di pensiero. “Io sono forte”, è molto rassicurante saperlo, mi fa sentire bene. Eppure questo – col tempo – mi può rendere inaccessibile l’idea di poter essere (almeno qualche volta) debole, fragile, vulnerabile; bisognoso.

Quegli aspetti dell’esistenza che non ammettiamo in noi stessi (ciò che non ci piace, che giudichiamo negativamente), a lungo andare rischiamo di relegarli nell’ombra, di escluderli dalla nostra coscienza. In tal modo – pur pensando di essercene liberati – lasciamo questi aspetti privi di parole che possano descriverli e li rendiamo impensabili. E dove meno c’è la nostra capacità di pensiero (che è ciò che dà forma e contenimento alle nostre esperienze), tanto maggiore è l’imperversare incontrollato delle emozioni, che allora perdono la loro naturale funzione di bussola e coloritura psichica e diventano invece un caotico tormento e un oceano tumultuoso che ci disorienta.

Può capitare così di sentirsi bloccati, senza via d’uscita né alternative. La carica emotiva che avvertiamo dentro di noi ci pare troppo intensa per essere gestibile, ci è molto difficile pensare che qualcuno possa accoglierla e saperla maneggiare. Più semplicemente, ci è molto difficile pensare. Una possibile strada è forse quella di ritrovare un nome per ciò che sentiamo, trovare in noi parole nuove per raccontare e immaginare il nostro dolore, per dargli una forma, un aspetto, una dignità, un luogo psichico di sosta e di dimora.

Tu hai accennato ad alcune difficoltà che hai attraversato nella tua crescita, alla necessità di esser presente e d’aiuto per la tua famiglia. Dopo tanti anni nel ruolo di soccorritore può magari esser difficile ora ritrovare in te quelle parti (necessariamente un po’ accantonate) bisognose di cure e in grado di chiedere aiuto. Non è mai semplice entrare in contatto con quanto dentro di noi parla di fragilità e mancanza. Allo stesso tempo, però, cercando una via per dar voce a queste parti sarà possibile familiarizzare poco a poco con esse, renderle più pensabili e accettabili, integrarle nella tua storia di vita e renderle – se non proprio risorse – dei tratti di te consapevoli di ciò che desideri e capaci di dar casa alla tua sofferenza.

Dr. Martino Lioy
Psicologo clinico

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esperto

 


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L’ESPERTO RISPONDE: emozioni inaspettate in gravidanza

Simonetta, 32 anni

Buongiorno,
Vi scrivo perché ho scoperto da poche settimane di essere incinta e forse non mi sento come dovrei sentirmi. Io e mio marito l’abbiamo cercato, lo desideravamo entrambi. Non abbiamo fatto come molte coppie che contano i giorni fertili ci abbiamo provato e in modo molto tranquillo è arrivato. Diciamo che ci siamo affidati al destino e in poco più di un paio di mesi il test ha dato esito positivo.
Non ho avuto il tempo di realizzare la cosa, mi sento spaesata e dentro di me circolano mille emozioni. È una cosa stranissima, non ho mai provato nulla di simile.
Mi faccio sempre mille domande… sono una insicura io. Ciò che mi preoccupa è che sento delle amiche o delle colleghe incinte come me che sprizzano di felicità da tutti i pori, leggo sempre di emozioni positive e di gioia immensa. E io? Io mi sento per lo più impaurita, ho mille dubbi e mille domande, ma perché? È normale? Possibile che io sia così diversa dalle altre?unnamed-1

Buongiorno cara Simonetta, la ringrazio averci scritto.
La gravidanza è un momento delicato nella vita di una donna. Ogni gravidanza è diversa, ogni donna è diversa come ogni giorno è diverso. Il ventaglio delle esperienze che possiamo provare è enorme, dal sentirsi sane e forti come non mai, con un senso di totale benessere, raggianti e felici, al sentirsi invece incredibilmente nauseate, affrante e svogliate.

Potremmo ritrovarci deluse o addirittura arrabbiate perché ciò che stiamo sperimentando potrebbe non coincidere affatto con le nostre aspettative sulla gravidanza e su come ci saremmo dovute sentire. Per quanto abbiamo desiderato questo momento, insieme alla felicità è possibile sperimentare momenti di paura, ambivalenza, rimpianto e incertezza. Come cambierà la nostra vita? Siamo pronte ad essere madri?

Inoltre durante la gravidanza spesso le donne si sentono più vulnerabili emotivamente e più sensibili sotto tutti i punti di vista, sia fisici che emotivi, anche per effetto dello squilibrio ormonale. Quindi quello che sta provando, Simonetta, è del tutto normale: molte donne come lei lo provano ma è difficile ammetterlo. Tutti “gli altri” si aspettano reazioni di gioia, e svelare le nostre paure diventa difficile. A volte la sensazione di sentirci giudicate, quindi, potrebbe impedirci di accettare e condividere le nostre emozioni.unnamed.jpg

Durante la gravidanza ci saranno molti cambiamenti che si affacceranno alla nostra esperienza: il nostro corpo, il lavoro, la famiglia, le persone intorno a noi. Una chiave per fronteggiare questo percorso è provare ad accogliere e accettare tutto ciò che verrà ed essere gentili e compassionevoli con noi stesse, soprattutto quando proveremo paura.
Spero di esserle stata di aiuto, le auguro di godersi ogni momento di questa esperienza.

 

mara per articoli

 

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L’ESPERTO RISPONDE: cosa sono i Dsa e come muoversi dopo una segnalazione?

Buongiorno,
sono mamma di Luca, bambino di otto anni che ha terminato a giugno la seconda elementare. Le maestre, in occasione della consegna delle pagelle, mi hanno segnalato che il bambino presenta una lettura molto lenta e con molti errori. Per questo motivo, mi hanno consigliato una valutazione logopedica in quanto Luca potrebbe presentare un disturbo specifico di apprendimento.
Di che cosa si tratta esattamente? Come devo muovermi?
Grazie.Schermata 2018-09-11 alle 14.03.42

Gentile mamma,
con il termine disturbo specifico di apprendimento si intende un disturbo del neurosviluppo che interessa la sfera degli apprendimenti scolastici, in bambini che non presentano problemi a livello intellettivo generale.

In particolare, i disturbi specifici di apprendimento vengono classificati nel seguente modo, in base alle caratteristiche cliniche:
Dislessia: disturbo della lettura, si manifesta come difficoltà a decodificare un testo scritto; il soggetto presentante dislessia tende a leggere più lentamente e a commettere più errori rispetto alla media dei coetanei.
Disortografia: disturbo della scrittura, si manifesta con difficoltà ad acquisire le regole ortografiche e permanere nei testi scritti di numerosi errori di ortografia;
Disgrafia: disturbo della grafia, si manifesta con difficoltà motorie dell’atto grafico;
Discalculia: disturbo della capacità di comprendere e operare con i numeri.

Questi disturbi vengono definiti specifici in quanto non conseguono a problemi neurologici, ambientali o intellettivi.
È frequente incontrare nel bambino la presenza contemporanea di uno o più disturbi specifici.
Spesso sono individuabili una serie di campanelli di allarme che possono segnalare la presenza di un disturbo specifico di apprendimento.

Nella fascia di età di Luca, i possibili indicatori a cui prestare attenzione sono i seguenti:
– La lettura è poco fluida e, di conseguenza, viene inficiata la comprensione di ciò che si sta leggendo;
– Il bambino cerca delle scuse per evitare di leggere;
– In scrittura, il lessico è ristretto;
– Gli errori ortografici sono eccessivi rispetto all’età e alla classe frequentata;
– È presente confusione rispetto all’ordine delle lettere che compongono le parole;
– Non può utilizzare i propri appunti per studiare;
– Confonde la destra e la sinistra;
– L’esposizione orale di fatti e di racconti risulta povera di termini e difficoltosa;
– L’uso del diario scolastico risulta disorganizzato e non trascrive i compiti assegnati;
– Ha difficoltà ad imparare le tabelline

Nel caso specifico di suo figlio le maestre segnalano la preoccupazione che il bambino presenti dislessia.Schermata 2018-09-11 alle 14.03.27.png

Che cosa fare?
La cosa migliore da fare è rivolgersi a degli esperti per una valutazione diagnostica.
Per effettuare tale valutazione, è necessario rivolgersi al Servizio di Neuropsichiatria Infantile dell’ASL di appartenenza o a un centro privato e/o convenzionato specializzato.
La valutazione viene eseguita da un’equipe multidisciplinare, che si avvale di specifici test da somministrare al bambino per indagare le seguenti aree:

  • Intelligenza (Q.I.),
  • Capacità di lettura (velocità di lettura e correttezza),
  • Capacità di scrittura (correttezza),
  • Comprensione del testo,
  • Capacità di calcolo.

Alla fine del percorso valutativo, l’equipe redige una relazione in cui si esplicitano i risultati ottenuti nei vari test e – qualora sia necessario – la diagnosi di disturbo specifico.

Quando effettuare la diagnosi?
Secondo la normativa vigente, è possibile effettuare la diagnosi di dislessia e disortografia alla fine della seconda elementare e la diagnosi di discalculia alla  fine della terza elementare.

Dr.ssa Silvia Giusiano

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L’ESPERTO RISPONDE: quanto è importante la varietà degli alimenti?

Buongiorno,
sono una donna di 32 anni. Avrei bisogno di un consiglio da una nutrizionista. Non ho particolari problemi di peso ma mi piacerebbe essere più attenta nello scegliere quali alimenti mangiare durante la settimana. Purtroppo, infatti, mi rendo conto di mangiare sempre le stesse cose e anche se questo non incide sul mio peso, mi piacerebbe poter avere una dieta più variegata per il mio benessere. Vi chiedo, quindi, cortesemente, di darmi alcune indicazioni per poter scegliere gli alimenti in modo equilibrato.
Grazie,
Beatrice

Buongiorno Beatrice,
la ringraziamo per averci scritto. Come già lei accennava, confermo che è di  fondamentale importanza la variazione degli alimenti all’interno della propria dieta.
Nel corso di ogni giornata è molto importante, infatti, assimilare tutti i nutrienti presenti nei differenti cibi dei gruppi alimentari.

Più nello specifico, i gruppi alimentari sono 7 e sono così composti:

Immagine correlata1. carne, pesce, uova;
2. latte e derivati;
3. cereali e tuberi;
4. legumi;
5. grassi da condimento ed oli;
6. ortaggi e frutti fonte di vitamina A (come carote crude, spinaci, cavolo, broccoli, verze, aglio, olio di germe di grano, prezzemolo, tarassaco, crescione, zucca, cicoria, pomodoro, lattuga);
7. Ortaggi e frutti fonte di vitamina C (tra le fonti principali vi sono gli agrumi, i kiwi, le fragole, il ribes nero, le verdure a foglia scura -come broccoli, crescione, spinaci, cavolo-, i pomodori e le patate.

Ricordo che non esiste un alimento completo che contenga tutti i principi nutritivi (glucidi, lipidi, proteine, dosali minerali, acqua e vitamine), ed è proprio per questo motivo che variare la nostra alimentazione è essenziale per mantenere un buono stato di salute. Naturalmente è utile tenere conto anche dei propri gusti, ma dato che la natura ci mette a disposizione una molteplicità di alimenti, sicuramente sarà possibile trovare quelli che preferiamo in ogni singolo gruppo.

Dr.ssa Shuela Curatola
Nutrizionista

 

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L’ESPERTO RISPONDE: 6 strategie utili per accompagnare il sonno dei bambini.

Sara e Umberto
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Buongiorno, siamo una giovane coppia e genitori di uno splendido bambino di 3 anni e mezzo. Abbiamo trovato il suo nominativo sul sito del centro Nemesis in ricerca di un esperto nel supporto alla genitorialità. Da settembre dello scorso anno è diventato sempre più difficile portare a letto nostro figlio ad un’orario decente, perché al mattino si deve alzare presto per andare all’asilo. Ogni sera è una lotta per convincerlo e spesso ci arrendiamo perché siamo molto stanchi. Da sempre è abituato ad andare a dormire tardi insieme con noi perché poteva svegliarsi tardi il giorno dopo. Da settembre quando ha iniziato l’asilo abbiamo iniziato ad essere più attenti perché la mattina dopo fa molta fatica a svegliarsi presto ed arriviamo sempre tardi all’asilo. Le mattine e le sere sono diventate motivo di grande stress con pianti e reazioni capricciose da parte di nostro figlio. Al momento si addormenta tardi sul divano davanti alla televisione, praticamente crolla, si sveglia quando lo portiamo in braccio al letto e vuole restare con noi. In settimana durante la giornata è di cattivo umore, dorme 2 ore all’asilo al pomeriggio e a volte si addormenta in macchina quando lo porto a casa o in palestra.  Nel weekend invece siamo tutti quanti più rilassati e viviamo come prima di settembre, cioè con calma. Le chiediamo dei consigli pratici per superare questo momento difficile.

Gentili genitori, grazie per il vostro messaggio e per la vostra richiesta di consigli pratici. Tutti noi accettiamo con fatica i cambiamenti nelle abitudini di vita, e per un bambino questo è ancora più difficile perché tutte le sue sicurezze vengono messe in discussione. Vorrei soffermarmi sulla fase dello sviluppo in cui si trova attualmente vostro figlio:  specialmente dai 3 ai 4 anni, infatti, possono insorgere problemi di addormentamento legati al progredire del processo di separazione/individuazione. In questo periodo i bambini cominciano a percepire la propria personalità come indipendente e separata da quella dei genitori, di conseguenza l’andare a dormire e l’addormentarsi da soli potrebbero causare ansia.

I rituali, cioè la ripetizione degli stessi “schemi” di comportamento, sempre uguali giorno dopo giorno, rafforzano la sicurezza e la connessione all’interno della famiglia proprio perché vanno a costituire dei riferimenti esterni in più. Allo stesso tempo è importante tenere a mente che l’instaurazione di nuovi rituali, o un loro cambiamento, deve avvenire con gradualità e richiede tempo e pazienza.

Ecco alcuni esempi di rituali di addormentamento che possono essere combinati uno con l’altro:

  1. Scegliere il momento “giusto”: Ognuno di noi, già dalla tenera età, ha un orologio biologico interno che determina i ritmi di sonno e veglia. Nel vostro caso vi consiglio di anticipare lentamente il momento “giusto” fino ad arrivare all’orario che assicura al vostro figlio le ore di sonno necessarie a svegliarsi ben-riposato. Questo processo può durare settimane. Vi consiglio inizialmente di non distinguere fra giorni lavorativi e week-end per aiutare a ri-programmare il suo orologio interno.  
  2. Creare l’atmosfera e un ambiente confortevole: Unknown-1Il rituale di addormentamento può già iniziare con la cena e continuare con attività tranquille per stimolare l’arrivo del sonno. I giochi scatenati, la visione di programmi televisivi, i giochi al computer o sul tablet agiscono come degli stimolanti e allungano i tempi di addormentamento. L’ambiente favorevole al sonno dovrebbe avere inoltre una temperatura attorno ai 18-20°, un basso livello di rumore (abbassate il volume del televisore o della musica in casa) e una luce tenue. Esiste un collegamento fra la riduzione degli stimoli visivi e la produzione di melatonina, l’ormone secreto dall’epifisi che favorisce il sonno.Unknown-2

  3. Un bagno rilassante: Alcuni minuti trascorsi nell’acqua tiepida possono favorire il sonno. Il rituale dell’igiene personale e l’applicazione di creme sul corpo sono normalmente molto apprezzate dai bambini. Se invece il bagnetto lo stimola e lo ri-vitalizza, meglio spostarlo in un altro momento della giornata.

  4. La storia della buonanotte: La vicinanza di mamma e/o papà, un bel libro e la luce tenue dell’abat-jour sono gli ingredienti ideali per prepararsi al sonno. Ai bambini più piccoli normalmente piace guardare un libro illustrato insieme con i genitori; questa attività inoltre potrebbe servire da spunto per inventare e sviluppare nuove storie per iniziativa del genitore, del bambino o di entrambi. Un momento prezioso che il bambino conserverà tra i ricordi più belli della propria infanzia.
  5. Tante coccole con il massaggio: Una pratica in grado di trasmettere vicinanza, sicurezza e serenità è quella di praticare un massaggino leggero con movimenti rotatori della mano, sulla pancia o sulla schiena del bambino. I gesti dolci e il tocco leggero accompagnano il bambino in un sonno molto sereno.Massage of foots

  6. La dolce ninna-nanna rappresenta un’altra possibilità per entrare nella fase del sonno perché per i bambini è molto piacevole addormentarsi cullati dalla voce della mamma o del papá. Le ninne-nanne tradizionali, con le loro parole in rima e strofe ripetitive, rassicurano e rilassano il bambino. Va bene anche una canzoncina, anche se inventata (ma sempre uguale!), che il genitore intona con voce calma a ritmo lento.

Ogni famiglia è unica e può creare il proprio schema di comportamenti per chiudere la giornata. I rituali descritti possono essere anche combinati per creare un percorso che aiuta il bambino e i genitori a vivere la fine della giornata in maniera sicura e tranquilla.

Spero di esservi stata di aiuto. Non esitate a contattarmi nuovamente se avete delle domande.

Dott.ssa Alexandra Viechtbauer

 

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esperto

 

 


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L’ESPERTO RISPONDE: Yoga nella prima infanzia… come funziona?

Buongiorno, leggo sempre più spesso che praticare yoga fin da piccoli aiuta la crescita globale del bambino. Anche al nido che frequenta il mio bambino è stato proposto; potreste darmi qualche informazione più precisa sulle modalità che vengono utilizzate con i più piccoli? Grazie. Marianna.

Buongiorno Marianna, fare yoga con i bambini della fascia di età 3-36 mesi significa dare loro l’opportunità di sperimentare fin da subito il loro corpo, le emozioni che esso suscita, le sensazioni e i pensieri.

Nei primi tre anni di vita del bambino si pongono le basi per la formazione della sua personalità futura: è dunque fondamentale stimolare al meglio tutte le sue abilità attraverso il tatto, il contatto, la postura del corpo, i movimenti più o meno ampi.Schermata 2018-05-02 alle 14.03.37

Nel nostro centro pratichiamo lo Yoga per bambini con il , un approccio che si basa sugli insegnamenti dell’educazione Neo-umanista, un filone della filosofia che focalizza il suo interesse sul rispetto di ogni forma vivente (esseri umani, flora, fauna) e non vivente dell’universo.  Del tutto differente dallo yoga classico, l’approccio con i piccolissimi è un approccio “in punta dei piedi”, ovvero molto morbido, delicato, non invasivo, sensibile ed empatico; sono numerosi i messaggi di rinforzo positivo che vengono dati ai bambini attraverso sorrisi, piccoli applausi, sguardi di gratitudine.

Lo schema degli incontri resta sempre lo stesso per dare maggiore sicurezza ai piccoli: dopo le routine di saluto ed apertura dell’incontro si eseguono piccoli riscaldamenti seguiti dalle posizioni yoga in coppia o da soli; molte asana prendono il nome di animali o di elementi della natura (cane, gatto, montagna, pesce,…). Successivamente vi è un massaggio e un breve momento di meditazione in cerchio che ha l’unico scopo di far abituare i bambini a restare in silenzio, con gli occhi chiusi ad ascoltare la quiete che li circonda.Schermata 2018-05-02 alle 14.03.22

Tutti gli incontri sono accompagnati da canzoncine, filastrocche e musica di sottofondo, in un clima di serenità e allegria.

Le consiglio vivamente di far provare questa esperienza al suo bambino, sarà divertente e davvero stimolante.

Yoga è sinonimo di benessere…e si inizia fin da subito a stare bene!!!  

esperto

 

cristina iosa logopedista


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L’ESPERTO RISPONDE: mia moglie mi ha tradito, non so cosa fare.

Oscar, 53 anni
Buongiorno,133225661-ab528410-1554-4116-97f2-d16e9bb0a15a
sono arrabbiatissimo perché ho scoperto che mia moglie fino a qualche mese fa ha frequentato un altro uomo. La loro relazione, se così vogliamo definirla, è durata circa un anno e da poco è finita. Quando l’ho scoperto e ne ho parlato con lei, mia moglie si è giustificata dicendo che noi non avevamo più rapporti sessuali da tempo, che questo aspetto le mancava e che non è riuscita a resistere alla tentazione di provare con quest’altro uomo. Ma sostiene di averlo lasciato perché tiene alla nostra famiglia (abbiamo due figli, ormai grandi). Ha mentito fino a oggi, come potrei ora crederle? Non so cosa fare, vorrei solo tornare a come eravamo prima!

 

Salve Oscar,
quando si parla di tradimento non si può non parlare di rabbia e di perdita della fiducia, questo è sicuro. Nelle relazioni di coppia affidiamo all’altro una parte di noi, fatto che ci porta a sentirci feriti e persi quando qualcosa va storto.
Allo stesso tempo, un tradimento è sicuramente sintomo di una crisi della coppia, ma non ne rappresenta necessariamente la fine, se affrontato in modo utile. Una crisi, infatti, può rivelarsi un’opportunità per comprendere molti aspetti importanti, che sino a quel momento forse erano stati sottovalutati.
Ad esempio, sembra emergere che qualche difficoltà nella coppia, almeno dal punto di vista sessuale, era presente anche prima del tradimento. Sarebbe da comprendere meglio quali sono stati nel tempo i bisogni di entrambi da quel punto di vista e quali sono oggi. Solo così sarà possibile vedere se ci sono stati dei cambiamenti che hanno portato a uno squilibrio.

Nel corso della nostra vita, infatti, ciascuno di noi cambia a seconda di moltissimi fattori (i propri bisogni, il contesto, l’acquisizione di nuove risorse…). Nella vita di coppia, soprattutto quando la relazione è di lunga data, questi cambiamenti dei singoli partner possono andare nella stessa direzione oppure, a volte, in direzioni opposte. Per il benessere della coppia è fondamentale accorgersi di questi cambiamenti, in modo da poter negoziare (se possibile!) un nuovo modo di stare insieme, che rispetti i nuovi bisogni di entrambi. Questo processo non è per niente facile proprio perché i cambiamenti avvengono in modo graduale e, dall’interno, non sempre è possibile notarli. In questi casi una figura molto utile è quella del terapeuta di coppia: egli offrirebbe la possibilità di vedere ciò che sta succedendo da un’altra prospettiva, più ampia.

Proprio a questo proposito, quando sostiene di voler tornare a come eravate prima, è importante chiederci se sia un obiettivo raggiungibile. È proprio il “come eravamo prima” che vi ha portato a questa crisi, ed è proprio lì che è utile capire cosa non stesse funzionando. L’obiettivo delle terapie di coppia, infatti, è andare alla ricerca di un “nuovo noi” possibile.
Le premesse sembrano esserci: sua moglie ha scelto di tornare a impegnarsi nella vita di coppia, lei si sta attivando (lo dimostra l’averci scritto) per capire come muoversi. Una cosa è sicura dunque: al momento nessuno dei due vuole mollare! Tocca vedere se e come questo sarà possibile.

Questa potrebbe essere una nuova sfida da affrontare insieme… buon lavoro!

 

esperto

psicologa psicoterapeuta alice garavaglia


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L’ESPERTO RISPONDE: Loro non capirebbero. Come fare?

Silvio, 26 anni
Salve, ho 26 anni e sono gay. Vi scrivo perché non sono dichiarato con i miei genitori e non so come fare. Loro sono molto religiosi, bigotti e chiusi di mentalità, e che abitino in un piccolo paesino di montagna non aiuta. Non sono neanche mai riuscito ad accennargli la cosa. Più volte li ho anche sentiti dire cose contro i gay e le lesbiche e per questo ho sempre avuto paura della loro reazione. Cosa mi consigliate di fare?
Grazie

Caro Silvio, la sua storia in passato è stata quasi l’unica realtà possibile, purtroppo.
E’ sicuramente difficile (e ancora più deve essere stato da ragazzino) convivere con il pensiero che per i propri genitori ciò che si è “non va bene”, “è sbagliato”. Immagino le avrà creato dei momenti di grandissimo sconforto… La presa di consapevolezza e l’accettazione della propria sessualità non è sempre una passeggiata, attraversa spesso dei momenti conflittuali, e il vivere in un contesto in cui i messaggi che passano non sembrano essere assolutamente accomodanti e supportivi può fare davvero male.
Non solo deve essere stato difficile il percorso di accettazione, ma anche dopo, il sentire di non avere la possibilità di condividere con i propri cari i momenti negativi (ma anche positivi!) nei quali in qualche modo l’omosessualità fosse coinvolta!
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L’ESPERTO RISPONDE: come gestire una riscoperta sessualità.

Matteo
Cara psicologa, io ho scoperto da poco la mia omosessualità, fino a due anni fa stavo con una ragazza. Ora ho iniziato a vedermi con un ragazzo che ho conosciuto poco dopo l’estate ma il mio problema è che non riesco a vivere serenamente il sesso con lui. Ho ancora molti pensieri sul fatto di essere gay e sulla vicinanza fisica con un uomo e queste idee spiacevoli non mi fanno lasciare andare fino in fondo. Ho anche pensato di non essere davvero gay, anche se questo ragazzo mi piace e stiamo bene insieme. Cosa mi consigli di fare? Grazie

gay sesso esperto

Caro Matteo, grazie per averci scritto. Dalla tua mail mi sembra di capire che tu sia in un momento di confusione (e transizione) .
Capita che le prime esperienze sessuali, dopo la scoperta della propria omosessualità, non siano esattamente semplici e felici. Dalla tua lettera non dici quanti anni hai, ma posso immaginare tu non sia adolescente. Quindi ipotizzo che se la scoperta della tua omosessualità non è avvenuta in giovanissima età, magari è stato anche perché l’idea veniva inizialmente allontanata, in quanto spiacevole, o quantomeno non auspicabile. Non parli del tuo contesto socio-culturale, ma non è così difficile immaginare che ci siano contesti familiari, scolastici o il fatto di vivere in una realtà cittadina o di paese che influenzano la propria auto accettazione: in alcuni casi la ostacolano, in altri semplicemente la rallentano.
Considera inoltre che il sesso per molte persone è un aspetto ostico, qualunque sia l’oggetto d’amore.
E’ un terreno minato per molte di quelle persone che hanno un rapporto complesso con la propria parte più istintiva e pulsionale, e con il controllo. Perdere il controllo è qualcosa che per molti risulta insostenibile… Solo che se già nella vita di tutti i giorni è normale che non sia sempre “tutto sotto controllo”, nel sesso la possibilità di lasciarsi andare è indispensabile per poterne godere!
Quello che mi viene da pensare è che se il percorso che ti ha portato a scoprire la tua omosessualità è stato particolarmente lungo e conflittuale, magari con diversi momenti in cui hai tentato di ricacciare questo pensiero indietro, cercando dolorosamente di zittirlo, è abbastanza naturale che uno strascico di questi pensieri sia ancora presente. Sebbene tu riconosca di stare bene con questo ragazzo, e che sei attratto da lui, c’è ancora (almeno) un “pezzettino” del vecchio conflitto che è ancora presente, che emerge ovviamente nei momenti che dovrebbero invece essere più di pancia e istintuali.
Se il disagio di stare in questa situazione non è insopportabile, credo che potresti darti ancora del tempo, in fondo sono solo pochi mesi che frequenti questo ragazzo. Se senti però che la situazione diventa non più gestibile in maniera autonoma, potresti appoggiarti all’aiuto di uno psicoterapeuta per aiutarti a superare questo particolare (e importante!) momento. Resto a disposizione per altri eventuali dubbi!

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autore_bianchi