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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia

Pensieri e Aforismi #131 Eshin

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Indossiamo una maschera per interagire con le maschere degli altri. E poi ci stupiamo di non saper amare e ci chiediamo perché ci sentiamo soli. Eshin. Centro Nemesis


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L’ESPERTO RISPONDE: adolescenti e tecnologia. Come è più utile comportarsi, da genitori?

Buongiorno, sono madre di due figli di 16 e 11 anni e li vedo sempre incollati ai loro smartphone o ai videogiochi. Il padre ed io abbiamo deciso di comprarglieli siccome ormai sembra impossibile vivere senza, ma sono un po’ preoccupata. Non è che fanno male? Potreste darmi qualche dritta al riguardo?

Buongiorno signora,
grazie per averci contattati, solleva una questione di grande attualità. È difficile rispondere in modo univoco, poiché ci troviamo di fronte non a una semplice moda, ma a un cambio radicale della nostra società. Quella che i nostri figli stanno vivendo (e noi con loro) è una rivoluzione tecnologica importante. Il cambiamento riguarda tutti, sancisce una nuova forma di “normalità” sociale (come giustamente lei scriveva ormai pare impossibile fare a meno della tecnologia), entra appieno nelle nostre abitudini e ne crea di nuove. Ciò semplifica le cose per i nostri ragazzi: i figli del 3° millennio fanno un uso delle nuove tecnologie che è assolutamente spontaneo, naturale, immediato – i sociologi parlano di nativi digitali per descrivere il fatto.

Alcuni dati. Rispetto ai nuovi mezzi di comunicazione le vorrei fornire prima di tutto alcune informazioni. Diversi studi riportano che negli ultimi 15 anni gli adolescenti passano meno tempo fuori casa con i loro amici, hanno meno fretta di prender la patente o di avere appuntamenti romantici, si sentono più spesso esclusi o soli e dormono meno. Come leggere questi dati? A prima vista si potrebbe concludere che il tempo speso sui social media sta impoverendo e rallentando le nuove generazioni, ma credo che la situazione sia più complessa. Le ore dedicate alla comunicazione virtuale fanno sì – parallelamente – che ragazzi e ragazze d’oggi siano molto meno esposti a rischi quali l’uso di alcol o di sostanze stupefacenti, nonché a rapporti sessuali precoci. In generale lo schermo è anche una protezione, un filtro rispetto a esperienze che le generazioni precedenti hanno vissuto in modo più diretto e immediato.

E i videogiochi? Rispetto ai videogiochi il discorso è analogo. Se da una parte la loro pervasività pare spesso eccessiva, dall’altra offrono opportunità di svago (e di fantasia) notevoli. Il gioco, nei bambini (ma anche negli adulti!), ha sempre svolto una funzione fondamentale, cioè quella di permettere la sperimentazione di determinati comportamenti – ed emozioni – in un ambiente protetto, in una semirealtà creata apposta per essere cornice fantasiosa di ogni sorta di sfide, utili a crescere ed imparare a stare al mondo. 40 anni fa il bambino che giocava a calcio in cortile con gli altri bambini imparava (fra le righe) il gioco di squadra, la determinazione, il senso della fatica, i limiti del corpo, la gioia dell’allenarsi e via dicendo. Analogamente, i ragazzini che ad oggi giocano online sconfiggendo mostri e draghi o vincendo Coppe dei Campioni virtuali imparano a gestire la propria aggressività e competitività, chiacchierano con altri coetanei che magari vivono in altre città, si confrontano e coordinano con gli amici e – come in un racconto fantastico – si identificano con gli eroi intrepidi e valorosi che affrontano missioni. In entrambi i casi il gioco diventa una metafora, portando a sperimentarsi nella sfida che – per tutti noi, giovani o meno giovani – è la vita.

Come devono porsi i genitori? Il punto più importante, però, è un altro. La tecnologia sta seguendo un suo sviluppo, con innegabili pregi ed altrettanto innegabili difetti, ma il fattore umano resta centrale. In ogni generazione qualcuno ha incolpato qualche forma di svago per la cattiva educazione dei più giovani (“sta tutta la notte a leggere quei romanzetti di fantascienza”, “è sempre incollato alla televisione”, “sempre a perdere tempo al campo sportivo”), ma ciò che più influisce sulla crescita dei nostri figli è la nostra capacità di essere in relazione con loro. Il consiglio che allora posso darle, forse scontato, è di restare accanto a loro nella loro crescita, cercando di comprenderne la realtà, aiutandoli a pensarla assieme, a immaginarla negli aspetti più e meno belli, a costruire assieme quella proverbiale via di mezzo che potrà essere la strada unica e personale che percorreranno verso il loro futuro.

Dr. Martino Lioy
Psicologo

 

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ESPERTO RISPONDE Nemesis

 

Pensieri e Aforismi #130 O. Wilde

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Viveref è la cosa più rara del mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto. O. Wilde. Centro Nemesis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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Sulla Noia

Questo tempo grigio mi sta stancando. Mi dà noia. Come ingannarla? Provo a guardarci dentro. La prima cosa è la pesantezza e il ricordo di alcuni versi: quando un cielo basso e greve pesa come un coperchio / sullo spirito gemente in preda a lunghi affanni. Baudelaire, chi altri poteva venire in visita in un giorno così? Mi suggerisce che la mia noia è un ennui, un “mal di vivere” esistenziale e senza tempo. E questa pioggia torinese evoca la pioggia parigina di quasi 200 anni fa, una pioggia immensa e fitta che trasforma la città in un’enorme prigione. Ecco, mi sento così: grigio, meccanizzato, monotono.

È un sentimento complesso, la noia.

noiaHa un doppio significato: da un lato quello etimologico di “(essere) in odio” (dal latino in odium), ossia di qualcosa di fastidioso, di molesto; dall’altro quello di tedio, legato a un senso di nausea e insofferenza per situazioni vuote o ripetitive. Questo secondo significato apre un mondo a parte: attese inattese, monotone ripetizioni, affanni esistenziali, dolori di cui non si conoscono bene le cause. È il taedium vitae di Lucrezio, la ripugnanza per la vita, ma questo stato d’animo lo troviamo sotto tante forme nella storia dell’umanità: nella vanitas Seicentesca (che riprende l’Antico Testamento, dove Qohelet afferma: “vanità delle vanità, tutto è vanità”), nello spleen e nell’ennui (romanticismo e decadentismo inglese e francese), nel mal du siècle e nel weltschmerz, e ancora nella Nausea di Sartre e nella Noia di Moravia.

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Pensieri e Aforismi #129 A. Einstein

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La misura dell'intelligenza è la capacità di cambiare. Einstein


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ESPERTO RISPONDE: non è mai troppo tardi per rimediare alla “zeppola”

Buongiorno,
Scrivo perché da sempre ho la cosiddetta “zeppola” nel pronunciare le parole con la “s”. Non ci ho mai dato troppo peso, ma adesso avrei piacere di correggerla.
Cosa mi consiglia?
Grazie
Martina, 20 anni

balbuzie123

Cara Martina,
Il disturbo a cui lei fa riferimento si configura come un problema articolatorio periferico ed è dovuto da uno scorretto posizionamento della lingua durante l’articolazione dei suoni.

Il termine esatto è sigmatismo e può essere di differenti tipologie: sigmatismo interdentale, laterale o addentale.

  • Sigmatismo interdentale: la lingua si interpone fra le arcate dentarie durante la fonazione. Questa condizione si associa, spesso, a abitudini viziate, quali l’uso protratto del ciuccio, la suzione del pollice o di corpi estranei (matite, cappucci delle penne, angoli dei vestiti…) o l’onicofagia.

Spesso, il sigmatismo interdentale si associa a un meccanismo deglutitorio disfunzionale, in cui non è avvenuto un corretto passaggio a una deglutizione di tipo adulto.

  • Sigmatismo laterale: parte del corpo linguale – in particolare l’apice oppure il dorso – poggia sul palato durante l’articolazione, causando un ostacolo alla corretta fuoriuscita del suono, che viene così deviato a destra o sinistra della lingua stessa.
  • Sigmatismo addentale: la punta della lingua si appoggia contro la superficie posteriore degli incisivi superiori.

Il fonema /s/ si produce grazie al passaggio dell’aria nello spazio lasciato dal contatto fra le arcate dentarie superiori e inferiori, mentre l’apice della lingua si accosta agli alveoli dentali.
Il mio consiglio è di effettuare una valutazione logopedica per capire il tipo di sigmatismo e le imprecisioni articolatorie da lei commesse.
La valutazione, inoltre, sarà utile a constatare l’eventuale presenza di deglutizione disfunzionale, in cui la lingua assume una posizione scorretta durante la deglutizione.

Una deglutizione disfunzionale può contribuire a uno squilibrio muscolare orofacciale (SMOF), causare respirazione orale e problemi posturali.

Alla valutazione generalmente segue la presa in carico logopedica, con l’obiettivo di correggere i meccanismi disfunzionali, sostituendoli con quelli fisiologici, promuovendo una successiva automatizzazione degli stessi.

Il trattamento per il sigmatismo prevede un iniziale lavoro sulla propriocezione della lingua all’interno della bocca; successivamente, si provvede alla corretta impostazione del suono.

Durante tutto il periodo di presa in carico è indispensabile la motivazione e la partecipazione attiva dell’utente che deve impegnarsi nello svolgere costantemente a casa gli esercizi proposti in seduta, al fine di favorire l’automatizzazione di quanto appreso. Con un po’ di esercizio… non è mai troppo tardi per aggiustare la dizione!

Dr.ssa Silvia Giusiano
Logopedista

 

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La deglutizione nella persona anziana

Come cambia la deglutizione nella persona anziana?

L’alimentazione riveste un ruolo fondamentale per l’individuo, sia per la necessità vitale che per gli aspetti edonistici e di condivisione.
Tuttavia, con l’avanzare dell’età, il meccanismo deglutitorio può diventare meno efficace, con possibili conseguenze spesso poco conosciute e sottostimate.
I disturbi di deglutizione in età senile prendono il nome di presbifagia, termine che indica un processo involutivo fisiologico a carico dei distretti deputati alla deglutizione nei soggetti anziani.
Tale termine comprende al suo interno due diverse categorie: la presbifagia primaria e quella secondaria.
Con il termine presbifagia primaria, si intende un decadimento funzionale del meccanismo deglutitorio nella persona anziana. deglutizione 1Tale condizione, seppur non vada considerata in senso strettamente patologico, rischia, tuttavia, di determinare un rischio di malnutrizione o di infezioni respiratorie dovute al passaggio di cibo nei polmoni. Al contrario, il termine presbifagia secondaria fa riferimento a un’alterazione della dinamica deglutitoria rilevabile a livello clinico che può presentarsi come evento isolato o in conseguenza a altri quadri patologici quali malattie ostruttive, cerebrovascolari o neurodegenerative.

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Pensieri e Aforismi #128 Anonimo

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#128-Anonimo


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Seminari e Incontri Non solo psiche: ZenShiatsu & Pancafit® a Milano

Domenica 11 novembre 
la sede di Milano del Centro Nemesis
in Corso Buenos Aires 60
ospiterà l’inaugurazione dello 

STUDIO FORMA

Dalle ore 10.00 alle ore 12.30 e dalle ore 14.00 alle ore 16.20 mini trattamenti gratuiti della durata di 20 min di Zen Shiatsu e Pancafit ® su prenotazione

Dalle ore 16.30 alle ore 18.00 aperitivo di inaugurazione per presentare le attività, in collaborazione con le psicoterapeute del Centro Nemesis
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1 Commento

L’ESPERTO RISPONDE: quando le nostre storie ci intrappolano

Mi chiamo Marco, ho 28 anni. Mi sono lasciato da poco con la mia ragazza, perché era troppo distante da me, non c’era. Anche se gliene avessi parlato non penso che lei avrebbe potuto capire ed essermi d’aiuto, forse non sarebbe neanche stato giusto farle carico delle mie difficoltà. Mi rendo però conto che per me è molto duro dire cosa provo, farmi avanti, fin da piccolo ho avuto questa sensazione.
Piango molto da allora, mi sento perso. È così complicato l’amore, sono confuso. 
Non so se c’entri, ma i miei si sono lasciati quand’ero piccolo, ho vissuto sballottato fra due case, spesso cercando di esser loro d’aiuto, sono stati anni difficili.
C’è qualcuno con cui posso condividere queste emozioni?

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Caro Marco,
grazie per averci scritto. Parli di qualcosa di molto importante, ci porti una domanda che tocca l’esperienza di moltissime persone.

Nella nostra vita esistono alcuni snodi centrali. La costruzione di un rapporto di coppia è certamente uno di questi. La coppia, fra i tanti ruoli che ricopre, racconta anche della nostra capacità e disponibilità a renderci permeabili, ad aprirci all’altro, a fidarci. Spesso troviamo complementarietà e corrispondenze con le persone a cui siamo più legati. Capita che in un rapporto d’amore o in un’amicizia profonda si tenda a una certa completezza, ricercando nell’altro caratteristiche che sentiamo in noi mancanti e – specularmente – investendo molto sui tratti comuni e condivisi. È allora frequente (per fare qualche esempio) che uno sia “l’introverso” e l’altra “quella espansiva”, che l’uno sia “quello che decide” mentre l’altro “quello che si fa guidare”.

Qualcosa di analogo accade dentro di noi, in un gioco di rispecchiamenti di desideri e di paure. La nostra personalità è come un insieme di storie che ripetutamente noi raccontiamo e sentiamo raccontare su noi stessi. Nel tempo, in base a ciò che viviamo, certe storie ci diventano più familiari di altre, che restano invece relegate in un altrove ignorato o rifiutato. Questo processo – prevalentemente inconsapevole, sia chiaro – di scelta delle storie che più ci rappresentano risponde a un bisogno di coerenza, di chiarezza, di definizione. È ciò che, semplificando, costituisce la nostra identità. 

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Ogni scelta comporta sempre una rinuncia, ma di questo capita di non accorgersene se non a posteriori. Quando noi scartiamo certe storie su noi stessi restringiamo il nostro campo d’azione, limitiamo la nostra libertà non solo di movimento, ma anche di pensiero. “Io sono forte”, è molto rassicurante saperlo, mi fa sentire bene. Eppure questo – col tempo – mi può rendere inaccessibile l’idea di poter essere (almeno qualche volta) debole, fragile, vulnerabile; bisognoso.

Quegli aspetti dell’esistenza che non ammettiamo in noi stessi (ciò che non ci piace, che giudichiamo negativamente), a lungo andare rischiamo di relegarli nell’ombra, di escluderli dalla nostra coscienza. In tal modo – pur pensando di essercene liberati – lasciamo questi aspetti privi di parole che possano descriverli e li rendiamo impensabili. E dove meno c’è la nostra capacità di pensiero (che è ciò che dà forma e contenimento alle nostre esperienze), tanto maggiore è l’imperversare incontrollato delle emozioni, che allora perdono la loro naturale funzione di bussola e coloritura psichica e diventano invece un caotico tormento e un oceano tumultuoso che ci disorienta.

Può capitare così di sentirsi bloccati, senza via d’uscita né alternative. La carica emotiva che avvertiamo dentro di noi ci pare troppo intensa per essere gestibile, ci è molto difficile pensare che qualcuno possa accoglierla e saperla maneggiare. Più semplicemente, ci è molto difficile pensare. Una possibile strada è forse quella di ritrovare un nome per ciò che sentiamo, trovare in noi parole nuove per raccontare e immaginare il nostro dolore, per dargli una forma, un aspetto, una dignità, un luogo psichico di sosta e di dimora.

Tu hai accennato ad alcune difficoltà che hai attraversato nella tua crescita, alla necessità di esser presente e d’aiuto per la tua famiglia. Dopo tanti anni nel ruolo di soccorritore può magari esser difficile ora ritrovare in te quelle parti (necessariamente un po’ accantonate) bisognose di cure e in grado di chiedere aiuto. Non è mai semplice entrare in contatto con quanto dentro di noi parla di fragilità e mancanza. Allo stesso tempo, però, cercando una via per dar voce a queste parti sarà possibile familiarizzare poco a poco con esse, renderle più pensabili e accettabili, integrarle nella tua storia di vita e renderle – se non proprio risorse – dei tratti di te consapevoli di ciò che desideri e capaci di dar casa alla tua sofferenza.

Dr. Martino Lioy
Psicologo clinico

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