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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia


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L’ESPERTO RISPONDE: quando le nostre storie ci intrappolano

Mi chiamo Marco, ho 28 anni. Mi sono lasciato da poco con la mia ragazza, perché era troppo distante da me, non c’era. Anche se gliene avessi parlato non penso che lei avrebbe potuto capire ed essermi d’aiuto, forse non sarebbe neanche stato giusto farle carico delle mie difficoltà. Mi rendo però conto che per me è molto duro dire cosa provo, farmi avanti, fin da piccolo ho avuto questa sensazione.
Piango molto da allora, mi sento perso. È così complicato l’amore, sono confuso. 
Non so se c’entri, ma i miei si sono lasciati quand’ero piccolo, ho vissuto sballottato fra due case, spesso cercando di esser loro d’aiuto, sono stati anni difficili.
C’è qualcuno con cui posso condividere queste emozioni?

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Caro Marco,
grazie per averci scritto. Parli di qualcosa di molto importante, ci porti una domanda che tocca l’esperienza di moltissime persone.

Nella nostra vita esistono alcuni snodi centrali. La costruzione di un rapporto di coppia è certamente uno di questi. La coppia, fra i tanti ruoli che ricopre, racconta anche della nostra capacità e disponibilità a renderci permeabili, ad aprirci all’altro, a fidarci. Spesso troviamo complementarietà e corrispondenze con le persone a cui siamo più legati. Capita che in un rapporto d’amore o in un’amicizia profonda si tenda a una certa completezza, ricercando nell’altro caratteristiche che sentiamo in noi mancanti e – specularmente – investendo molto sui tratti comuni e condivisi. È allora frequente (per fare qualche esempio) che uno sia “l’introverso” e l’altra “quella espansiva”, che l’uno sia “quello che decide” mentre l’altro “quello che si fa guidare”.

Qualcosa di analogo accade dentro di noi, in un gioco di rispecchiamenti di desideri e di paure. La nostra personalità è come un insieme di storie che ripetutamente noi raccontiamo e sentiamo raccontare su noi stessi. Nel tempo, in base a ciò che viviamo, certe storie ci diventano più familiari di altre, che restano invece relegate in un altrove ignorato o rifiutato. Questo processo – prevalentemente inconsapevole, sia chiaro – di scelta delle storie che più ci rappresentano risponde a un bisogno di coerenza, di chiarezza, di definizione. È ciò che, semplificando, costituisce la nostra identità. 

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Ogni scelta comporta sempre una rinuncia, ma di questo capita di non accorgersene se non a posteriori. Quando noi scartiamo certe storie su noi stessi restringiamo il nostro campo d’azione, limitiamo la nostra libertà non solo di movimento, ma anche di pensiero. “Io sono forte”, è molto rassicurante saperlo, mi fa sentire bene. Eppure questo – col tempo – mi può rendere inaccessibile l’idea di poter essere (almeno qualche volta) debole, fragile, vulnerabile; bisognoso.

Quegli aspetti dell’esistenza che non ammettiamo in noi stessi (ciò che non ci piace, che giudichiamo negativamente), a lungo andare rischiamo di relegarli nell’ombra, di escluderli dalla nostra coscienza. In tal modo – pur pensando di essercene liberati – lasciamo questi aspetti privi di parole che possano descriverli e li rendiamo impensabili. E dove meno c’è la nostra capacità di pensiero (che è ciò che dà forma e contenimento alle nostre esperienze), tanto maggiore è l’imperversare incontrollato delle emozioni, che allora perdono la loro naturale funzione di bussola e coloritura psichica e diventano invece un caotico tormento e un oceano tumultuoso che ci disorienta.

Può capitare così di sentirsi bloccati, senza via d’uscita né alternative. La carica emotiva che avvertiamo dentro di noi ci pare troppo intensa per essere gestibile, ci è molto difficile pensare che qualcuno possa accoglierla e saperla maneggiare. Più semplicemente, ci è molto difficile pensare. Una possibile strada è forse quella di ritrovare un nome per ciò che sentiamo, trovare in noi parole nuove per raccontare e immaginare il nostro dolore, per dargli una forma, un aspetto, una dignità, un luogo psichico di sosta e di dimora.

Tu hai accennato ad alcune difficoltà che hai attraversato nella tua crescita, alla necessità di esser presente e d’aiuto per la tua famiglia. Dopo tanti anni nel ruolo di soccorritore può magari esser difficile ora ritrovare in te quelle parti (necessariamente un po’ accantonate) bisognose di cure e in grado di chiedere aiuto. Non è mai semplice entrare in contatto con quanto dentro di noi parla di fragilità e mancanza. Allo stesso tempo, però, cercando una via per dar voce a queste parti sarà possibile familiarizzare poco a poco con esse, renderle più pensabili e accettabili, integrarle nella tua storia di vita e renderle – se non proprio risorse – dei tratti di te consapevoli di ciò che desideri e capaci di dar casa alla tua sofferenza.

Dr. Martino Lioy
Psicologo clinico

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esperto

 


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L’ESPERTO RISPONDE: emozioni inaspettate in gravidanza

Simonetta, 32 anni

Buongiorno,
Vi scrivo perché ho scoperto da poche settimane di essere incinta e forse non mi sento come dovrei sentirmi. Io e mio marito l’abbiamo cercato, lo desideravamo entrambi. Non abbiamo fatto come molte coppie che contano i giorni fertili ci abbiamo provato e in modo molto tranquillo è arrivato. Diciamo che ci siamo affidati al destino e in poco più di un paio di mesi il test ha dato esito positivo.
Non ho avuto il tempo di realizzare la cosa, mi sento spaesata e dentro di me circolano mille emozioni. È una cosa stranissima, non ho mai provato nulla di simile.
Mi faccio sempre mille domande… sono una insicura io. Ciò che mi preoccupa è che sento delle amiche o delle colleghe incinte come me che sprizzano di felicità da tutti i pori, leggo sempre di emozioni positive e di gioia immensa. E io? Io mi sento per lo più impaurita, ho mille dubbi e mille domande, ma perché? È normale? Possibile che io sia così diversa dalle altre?unnamed-1

Buongiorno cara Simonetta, la ringrazio averci scritto.
La gravidanza è un momento delicato nella vita di una donna. Ogni gravidanza è diversa, ogni donna è diversa come ogni giorno è diverso. Il ventaglio delle esperienze che possiamo provare è enorme, dal sentirsi sane e forti come non mai, con un senso di totale benessere, raggianti e felici, al sentirsi invece incredibilmente nauseate, affrante e svogliate.

Potremmo ritrovarci deluse o addirittura arrabbiate perché ciò che stiamo sperimentando potrebbe non coincidere affatto con le nostre aspettative sulla gravidanza e su come ci saremmo dovute sentire. Per quanto abbiamo desiderato questo momento, insieme alla felicità è possibile sperimentare momenti di paura, ambivalenza, rimpianto e incertezza. Come cambierà la nostra vita? Siamo pronte ad essere madri?

Inoltre durante la gravidanza spesso le donne si sentono più vulnerabili emotivamente e più sensibili sotto tutti i punti di vista, sia fisici che emotivi, anche per effetto dello squilibrio ormonale. Quindi quello che sta provando, Simonetta, è del tutto normale: molte donne come lei lo provano ma è difficile ammetterlo. Tutti “gli altri” si aspettano reazioni di gioia, e svelare le nostre paure diventa difficile. A volte la sensazione di sentirci giudicate, quindi, potrebbe impedirci di accettare e condividere le nostre emozioni.unnamed.jpg

Durante la gravidanza ci saranno molti cambiamenti che si affacceranno alla nostra esperienza: il nostro corpo, il lavoro, la famiglia, le persone intorno a noi. Una chiave per fronteggiare questo percorso è provare ad accogliere e accettare tutto ciò che verrà ed essere gentili e compassionevoli con noi stesse, soprattutto quando proveremo paura.
Spero di esserle stata di aiuto, le auguro di godersi ogni momento di questa esperienza.

 

mara per articoli

 

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esperto


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“TREDICI”: la serie TV che parla delle emozioni in adolescenza – II parte

(Torna alla I Parte)

Risultati immagini per trediciEd è proprio l’identità di Hannah che viene costruita attorno ad un’etichetta – la “ragazza facile”- creata su un singolo evento travisato e interpretato come malevolo, e che viene violata nella sua intimità attraverso la condivisione, su social e chat, di fotografie e informazioni che con la rapidità di un “click” si diffondono in modo virale.

Gli eventi che accadono in successione sono vissuti da Hannah solo come conferma  dell’identità che l’ambiente ha iniziato a costruire attorno a lei: dalla storia d’amore che non ha mai inizio con Clay, una persona buona e diversa dagli altri, ai ragazzi che si aspettano di poter ricevere facilmente da lei attenzioni sessuali e che la disprezzano quando lei rifiuta, al sentimento di colpa nei confronti dei propri genitori per non saperli aiutare in un momento difficile, fino alla violenza sessuale che conferma e chiude il quadro, distruggendo la sua anima.

TImmagine correlatautti questi eventi portano alla nascita, nella mente di Hannah, di pensieri disfuzionali relativi all’immagine di sè come persona non in grado di svolgere azioni positive, non capace, non in grado di fare mai qualcosa di buono, rendendo sempre più credibile la convinzione di base ormai creata e consolidata di non essere una persona degna di essere amata. A questo livello a nulla servono invece i feedback positivi che arrivano dal gruppo di poesia frequentato da Hannah, l’amicizia di Clay e l’affetto presente nella sua famiglia.

L’importanza del giudizio altrui per sentire chi si è e come si è fatti viene espressa chiaramente da Hannah nell’affermazione: “tu sei come sei e te ne freghi, invece per me quello che pensavano gli altri era importante anche se facevo finta che non me ne importasse“, registrata nella cassetta di Clay. Invece, l’idea di non essere quello che gli altri si aspettano, viene espressa in riferimento ai propri genitori: “io non sono come loro vorrebbero”, anche se, nel momento in cui le viene chiesto cosa vorrebbero che fosse, descrive solo in modo generico ciò che lei sente, ovvero, di essere un problema.

Hannah oscilla tra momenti di rabbia e tristezza, a seconda di ritiene responsabile degli eventi negativi vissuti e del danno da questi generato: nel momento in cui Hannah ritiene l’altro responsabile del torto subito, prova rabbia, quando inizia a pensare di essere responsabile del danno o di meritarsi ciò che accade allora si sente in colpa e impotente, percependo di non avere con sé strumenti d’intervento attivo.

tredici2Nella fase di sviluppo adolescenziale la connotazione sociale delle emozioni porta spesso a provare imbarazzo e ancor più vergogna, soprattutto nel momento in cui i fatti diventano di dominio pubblico e la propria intimità viene svelata, come accade ad Hannah. Questa emozione è strettamente connessa al senso di perdita della propria immagine personale e alla paura del giudizio altrui, ed è estremamente dolorosa.

Sembra esserci ancora una speranza per Hannah nel momento in cui termina la registrazione dell’ultima cassetta. Afferma, infatti: “ho sentito un cambiamento: avevo buttato fuori tutto e per un attimo, solo per un attimo, mi è sembrato di potercela fare. Ho deciso di dare un’altra occasione alla vita ma chiedendo aiuto perché da soli non ce la si può fare, ora lo so”.  Aver finalmente fatto uscire tutto, dà ad Hannah la sensazione di sollievo. Ricordiamo, infatti, che molto di quello che accade viene interpretato, rivissuto e riempito di significato solo ed esclusivamente da Hannah e dalla sua mente.

Ma chi ha visto Tredici sa come va a finire: Hannah affida a questo ultimo unico momento, testa o croce, la decisione finale della sua vita e ne uscirà delusa da un aiuto che non arriva per una mancanza di competenze e per una serie di errori che molti psicologi avranno osservato nel colloquio con Mr Porter, counselor della scuola.

Attendiamo la seconda serie per vedere cosa decideranno di sviluppare gli autori e cosa racconteranno dei ragazzi protagonisti di queste travagliate vicende.

 

silvia

 


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“TREDICI”: la serie TV che parla delle emozioni in adolescenza – I parte

Ho concluso poco fa, quindi in ritardo rispetto al palinsesto, la visione di Tredici, serie tv della piattaforma Netflix che ha fatto discutere di sé e ha incollato allo schermo adolescenti (e non!) poco prima dell’estate. In attesa della seconda stagione di Thirteen Reasons Why, il titolo originale, confermata per il 2018, ma soprattutto con la ripresa scolastica di migliaia di adolescenti, mi piaceva riprendere uno tra i molti temi psicologici toccati dalla serie.

tredici

Il contesto che fa da sfondo alla vicenda narrata, è quello dell’High School americana, dove si riconoscono ruoli e stereotipi differenti rispetto alla scuola italiana ma l’identificazione, non tanto con il personaggio quanto con quello che prova e gli accade, riesce comunque facile.

Tredici è il numero degli episodi della serie nei quali vengono narrate le tredici ragioni che Hannah Baker (la protagonista della vicenda), fornisce registrate su cassette, come motivazioni del suo suicidio. Il suicidio di Hannah non è di fatto trattato nella serie, conclude la vicenda e si comprende essere premeditato perché probabilmente immaginato sin dalla registrazione del primo tape, ed è violento. La premeditazione e l’ideazione sono caratteristiche non tipiche del suicidio in età adolescenziale, ma per una idea su questo tema specifico, rimando all’articolo della dott.ssa Alessandra Bianchi.

Ogni motivazione riportata da Hannah è in riferimento ad una persona precisa e ad uno o più eventi difficili, vissuti con la persona in oggetto, protagonista del suo tape. A prima vista e alla lettura della presentazione della serie quindi, suicidio e bullismo possono sembrare i temi caldi da affrontare, ma non solo: anche l’abuso sessuale lega alcune vicende dei giovani coinvolti, ma ritengo che sia soprattutto di amicizia ed emozioni e del loro sviluppo e significato durante l’adolescenza, che si narra e che possono essere il fil rouge di ogni puntata della serie.

A chi è nato e ha vissuto negli anni ’80, il richiamo del walkman, delle cassette e la bicicletta di Clay, co-protagonista con Hannah Baker della storia, non può non ricordare ET l’extraterrestre e le bande dei ragazzini in bicicletta protagonisti di serial e film di quegli anni. Revival scenografico a parte, il ricordo va proprio alle emozioni che si provano in quel momento della vita per fatti ed eventi vissuti nel profondo come unici ed assoluti, indiscutibili nel loro valore e significato (se non a rivederli e ripesarli solamente molti anni dopo), e soprattutto alla loro incredibile intensità.

Risultati immagini per trediciHannah decide di catalogare i motivi per cui la sua vita aveva iniziato ad andare male e a tal proposito afferma: “ la vita è imprevedibile e controllarla è un’illusione. A volte questa imprevedibilità è sconvolgente e ci rende piccoli e impotenti. Ho registrato 12 lati, ho cominciato con Justin e Jessica, tutti e due mi hanno tradita, Alex, Tyler, Courtney e Marcus hanno distrutto la mia reputazione, Zach e Ryan che hanno fatto a pezzi il mio ego [..] e per ultimo Bryan che ha distrutto la mia anima.

I termini utilizzati per descrivere ciò che le è accaduto sono estremi, forti, le emozioni traboccano. L’emozione deve essere intesa in una concezione socio-cognitiva: è un fenomeno complesso caratterizzato da aspetti fisiologici, affettivi, cognitivi, espressivi e comportamentali ed ha un posto d’eccellenza nell’organizzazione globale del comportamento. L’emozione è una risorsa psicologica condizionata nella sua funzionalità dalla necessità di trovare un coerente criterio di autoregolazione nel corso del suo sviluppo, ed è inoltre il risultato del significato che soggettivamente attribuiamo ad un evento e ha, proprio per queste caratteristiche, un ruolo di primo piano in adolescenza perché sentire e dare un senso, sono azioni che convogliano nel più complesso processo di costruzione della propria identità.

Continua a leggere…

 

silvia

 


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LAVORIAMO CON LE EMOZIONI! Un nuovo progetto per le scuole materne ed elementari

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Dopo l’estate verrà attivato
un nuovo progetto di riconoscimento emotivo
per le scuole materne
organizzati a Torino con la collaborazione
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Lavorare sulle emozioni è importante fin dalla prima infanzia perché sono strumenti che ci danno informazioni su ciò che avviene dentro e fuori di noi, aiutandoci a capire cosa succede a noi e agli altri.

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PSICOLOGIA E LIBRI “Una stanza piena di gente” … il thriller psicologico che vi sconvolgerà!

1Sono venuta a conoscenza del libro scritto da Daniel Keyes nel 1981, Una stanza piena di gente, dopo aver visto il film horror di M. Night Shyamalan, Split, ispirato, anche se non ufficialmente, alla storia del protagonista di questo libro.

Il romanzo, scorrevole e coinvolgente, è la biografia di Billy Milligan che incuriosisce e a volte spiazza. Continua a leggere


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Emotiva…Mente – Workshop a Torino, giovedì 06 aprile 2017

WORKSHOP “EMOTIVA…MENTE”

emotiva-menteGiovedì 06 aprile 2017
Dalle ore 17.30 alle 19.30
Presso il CENTRO NEMESIS
nuova sede di Torino Corso Galileo Ferraris 119

(10 posti disponibili)

Riconoscere e comprendere le proprie emozioni attraverso la metodologia di gruppo dei Social Skills Training…

festival-psicologia-torino      piemonte-in-treatment

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PSICOLOGIA E CINEMA “Lo chiamavano Jeeg Robot”: la rivalsa di un eroe comune

jeeg robot

DATA USCITA: 25 febbraio 2016
GENERE: Azione , Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Gabriele Mainetti
ATTORI: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Francesco Formichetti, Salvatore Esposito, Antonia Truppo, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei,Gianluca Di Gennaro, Daniele Trombetti
SCENEGGIATURA: Nicola Guaglianone, Menotti
FOTOGRAFIA: Michele D’Attanasio
MONTAGGIO: Andrea Maguolo
MUSICHE: Gabriele Mainetti, Michele Braga
PRODUZIONE: Goon Films con Rai Cinema
DISTRIBUZIONE: Lucky Red
PAESE: Italia
DURATA: 112 Min

Lo chiamavano Jeeg Robot si porta a casa ben sette David di Donatello: miglio regista esordiente e miglior produttore (Gabriele Mainetti), miglior attore (Claudio Santamaria), miglior attrice (Ilenia Pastorelli), miglior attore non protagonista (Luca Marinelli), miglior attrice non protagonista (Antonia Truppo) e il premio per il montaggio.

Ora vi spieghiamo perché è piaciuto anche a noi… Continua a leggere


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A Londra nasce il MUSEO DELL’EMPATIA… e se invece fosse meglio la COMPASSIONE?

L’idea di Roman Krznaric, filosofo britannico ed ex docente di Cambridge, è quella di creare “uno spazio di esperienze e condivisione”.

“A mile in my shoes” è la prima installazione interattiva dell’Empathy Museum e vi permette di camminare lungo il Tamigi entrando nei panni (nelle scarpe) di un’altra persona e di ascoltare al tempo stesso la sua storia.

Ma cos’è esattamente l’empatia e, soprattutto, è sempre vantaggiosaContinua a leggere


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PSICOLOGIA E CINEMA. “Inside Out” e la rivincita delle emozioni (tutte!)

Inside-OUtEbbene sì! Finalmente sono andata anche io al cinema a vedere l’ultimo capolavoro della Pixar.

Grazie alla consulenza di Paul Ekman, professore di Psicologia all’Università della California e uno dei maggiori studiosi del complesso mondo delle emozioni, “Inside Out”  ci porta direttamente nella mente di una bambina, Riley, che sta crescendo e deve fare i conti con emozioni sempre più complesse.

Perché sono state scelte proprio quelle emozioni? 

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