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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia


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COME GIOCANO I BAMBINI: le tappe fondamentali per il loro sviluppo cognitivo e fisico

 

I numerosi studi condotti sul gioco, soprattutto negli ultimi 40 anni, hanno portato al riconoscimento del ruolo centrale che esso svolge nel processo di sviluppo infantile.

L’attività ludica è infatti la forma di espressione privilegiata dal bambino, lo strumento attraverso il quale si rapporta a se stesso, esplora il mondo circostante, ha la possibilità di ricombinare in maniera personale e creativa le informazioni, le indicazioni, i segnali che gli vengono dall’ambiente. Il gioco è quindi un’azione che il bambino compie intenzionalmente per inserirsi nella realtà che lo circonda e per manipolarla.

L’interazione con gli oggetti e/o con le persone implica l’associazione tra azione (intesa come movimento) e informazioni sensoriali che derivano dai nostri organi di senso e che servono per poter iniziare l’azione stessa (vista, udito tatto, sensibilità, percezione della posizione corporea e dei movimenti che metto in atto in un preciso momento); manipolazionel’attività di manipolazione degli oggetti è la base della conoscenza, dunque è fondamentale fin da subito permettere ai nostri piccoli di toccare e maneggiare qualsiasi oggetto (assicurandosi naturalmente che non sia tagliente, velenoso, che non possa essere ingerito,..) per fare le prime esperienze.

Appena nato il piccolo guarda gli oggetti e tenta di toccarli, sebbene non abbia ancora il controllo degli arti, ma già a 4 mesi  muove, tocca gli oggetti con entrambe le mani e osserva gli effetti del suo agire, inizialmente in modo casuale, poi verso i 5 mesi l’azione diventa volontaria e cattura la sua attenzione per lunghi tempi. Lasciamo dunque che il bambino ripeta anche a lungo un’azione che gli provoca piacere!

A 6 mesi inizia la fase dello scuotimento e della percussione, in sincronia con la comparsa delle prime lallazioni linguistiche; è il momento dei giochi sonori quali maracas, sonaglietti, campanellini, tastiere e tutto ciò che provoca un suono come conseguenza dell’agire del bambino.

Arriviamo ai 9-11 mesi nella fase cosiddetta del bambino smontatore”, quel periodo in cui la distruzione di oggetti, giochi, vestiti provoca un grosso piacere e soddisfazione per il bambino; è il  momento in cui svuotano i cassetti, fanno cadere libri impilati, colpiscono una torre di cubi per il piacere di farla cadere, strappano libri, calpestano tutto ciò che hanno davanti. Non preoccupiamoci dunque perché questo momento è fisiologico, la demolizione di ciò che li circonda è una fase che tutti i bambini attraversano!

gioco costruzioneDall’anno di età, accompagnato da una importante evoluzione a livello cognitivo e in opposizione al periodo precedente, si palesa il momento delle “costruzioni, quello in cui il bambino manipola i materiali al fine di costruire un prodotto, crea relazioni tra gli oggetti, è molto protettivo rispetto a ciò che ha costruito, molto attento a non distruggerlo. In questa fase si possono utilizzare pongo, colori, pastelli, sabbia e materiale strutturato quale lego, cubi, puzzle, costruzioni, perline, figure.  

Il compimento dei 2 anni porta ad una grossa evoluzione nel gioco del bambino poiché compare il cosiddetto gioco simbolico, che prevede il “fare finta di…”, l’utilizzo di oggetti con significato diverso (es. fare guidare un trenino ad un cubetto di legno immaginando che sia il capotreno), mettere in sequenza più schemi di azione creando una vera e propria narrazione (es. far mangiare la bambola, poi farle il bagnetto, poi asciugarla, metterle il pigiama e farla addormentare). Il gioco simbolico è un’acquisizione essenziale per lo sviluppo del linguaggio poiché utilizza modalità metaforiche proprio come avviene per il linguaggio verbale (uso del simbolo per riferirsi ad un oggetto specifico).GIOCO SIMBOLICO

È dunque molto importante conoscere quali sono le tappe del gioco dei bambini dalla nascita ai 2 anni affinchè si possa stimolarli nel modo migliore perché “l’azione con gli oggetti riflette il contenuto della mente” ed il gioco è uno stimolo indispensabile alla crescita cognitiva del bambino.

cristina iosa logopedista

 

                                                

 

Pensieri e Aforismi #114 Hesse

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L’importanza e i benefici del rilassamento

La nostra società è caratterizzata dallo stress, dalla frenesia e dalla mancanza di tempo. A chi non è mai capitato di lavorare ad un progetto che “doveva essere completato ieri” sotto grande pressione e senza tempo da perdere? Le nuove tecnologie e i processi innovativi ci hanno resi più produttivi ma alla fine abbiamo meno tempo di prima. stress

Quando si parla di stress, nel senso comune del termine, questo assume sempre una connotazione negativa perché viene usato per descrivere una situazione pesante e ricorrente. Esiste però anche lo stress positivo che ha un effetto stimolante ed eccitante, che nelle sfide, nello sport, in ambito lavorativo, o nella vita, ci aiuta ad ottenere risultati eccellenti.

In generale le reazioni allo stress sono importanti, perché hanno assicurato la sopravvivenza dell’umanità oltre ad essere una protezione per il corpo e per la psiche. È scritto nel nostro DNA, dall’alba dei tempi di fronte ad una fonte di stress si presenta una scelta: combattere o fuggire, così reagivano i nostri antenati di fronte ad una belva feroce che li minacciava. Nel nostro mondo però non sempre questa opzione è praticabile, siamo spesso infatti costretti dalle circostanze, per esempio sul posto di lavoro, a subire e non reagire, facendo il pieno di ormoni dello stress. La conseguente pressione psichica e fisica se non sfogata e contrastata tramite attività fisica, sportiva o tramite il rilassamento può creare problemi psichici o psicosomatici.

Le situazioni che possono causare stress vengono vissute da ogni persona in maniera diversa, e dipendono dalla personalità, dalle esperienze vissute, dalle risorse e dalle strategie di gestione dello stress. rilassamento-newEsattamente come per lo stress, anche le tecniche di rilassamento agiscono su corpo e mente con ricadute positive nella vita sociale influenzando le emozioni, i pensieri, e contribuendo allo sviluppo di soluzioni e alla flessibilità mentale.

 

Quali sono i benefici del rilassamento?

Il rilassamento origina una migliore percezione e conoscenza del corpo e favorisce la connessione fra corpo e psiche. Durante il rilassamento, il corpo si rilassa e il sistema neurovegetativo viene programmato verso la rigenerazione. L’attività del parasimpatico viene attivata e la distribuzione degli ormoni dello stress viene sospesa. Il respiro rallenta, la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna diminuiscono e i muscoli si rilassano.

Nella mente i pensieri si calmano e nella sfera emotiva si sviluppa un sentimento di soddisfazione, benessere e tranquillità. Approfondendo le tecniche di rilassamento, acquisiamo la capacità di influire sullo stress e sul sistema neurovegetativo, aumentando al contempo la sicurezza in noi stessi. Mentalmente creiamo un buffer per la prossima situazione stressante. Nella vita sociale, il comportamento diventa più calmo e sereno e le relazioni vengono positivamente influenzate mentre diminuiscono aggressività e irritabilità.

Le tecniche più conosciute in ambito clinico sono:

  • Il training autogeno di Schultz
  • Il rilassamento progressivo di Jacobson
  • L’ipnosi e l’autoipnosi
  • La tecnica del Mindfulness di Kabat-Zin
  • La visualizzazione guidata

Qual’è il miglior modo di praticare il rilassamento?

Il rilassamento dovrebbe diventare un appuntamento fisso della propria giornata, come la colazione del mattino, se si riserva sempre lo stesso orario, sarà più facile metterlo in pratica giorno per giorno. In questo modo diventa un rituale e corpo e mente si abituano e lo richiedono. Il momento prescelto determina il successo del rilassamento: la tarda serata o subito dopo pranzo non sono i momenti migliori perché si rischierebbe di addormentarsi. Meglio al mattino presto, in una pausa lavorativa o prima di cena.  

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Per motivarsi a praticare il rilassamento regolarmente, serve una visione. Una visione che determina cosa si vuole raggiungere in un paio di mesi o in un paio d’anni. Una valida visione può essere quella di aumentare la propria produttività, il grado di serenità nella quotidianità o migliorare il proprio stato di salute psicofisico. In ogni caso è importante formulare la visione in maniera positiva per poter generare un immagine concreta nella propria mente. Tenere a mente la propria visione può aiutare a superare i momenti di criticità motivazionale.

Possono presentarsi degli ostacoli che apparentemente non ci permettono di eseguire il rituale del rilassamento. La strategia migliore è di cercare di prevedere questi ostacoli e di trovare delle soluzioni alternative che permettono di individuare comunque un momento da destinare al rilassamento.

Per poter beneficiare del rilassamento è importante allenarsi ed essere pazienti. A volte i primi effetti positivi si manifestano già dopo alcuni giorni. È importante perseverare con l’esercizio per poter ottenere dei benefici e per raggiungere la visione che ci siamo prefissati.

Dott.ssa Alexandra Viechtbauer
Psicologa, Specialista in Psicologia Clinica, dello Sport e dell’Alimentazione.


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La scrittura come coltivazione di sé

Schermata 2018-05-02 alle 13.57.26.png “È lunedì. Non so se sopravvivrò ad un’altra settimana, ho troppo da fare”. Capita anche a voi di pensarlo? A me sì, certe volte. È che la vita quotidiana sa essere davvero invadente. È incalzante, ricca di appuntamenti, incombenze, doveri e attività programmate, e lascia sempre meno spazio alla calma e alla lentezza (per non parlare dell’ozio tanto caro ai latini, che a nominarlo oggi pare quasi un’indecenza). Non che la velocità sia in sé un male, chiaro; eppure ci troviamo tutti sempre più proiettati verso l’esteriorità, la superficialità e la vita materiale, talvolta soffocando sotto mille impegni la nostra esistenza interiore, che ospita poi i nostri bisogni, desideri, gusti.

  Perché scrivere? Be’, innanzitutto per rallentare. Scrivere è come un processo digestivo che con la sua lentezza consente di metabolizzare ciò che viviamo, trasformando gli eventi in esperienze, consentendoci di gustarli. La scrittura può essere uno spazio tutto per noi, una tregua e un luogo in cui – per dirla con Hesse – “il guardare, l’osservare e il contemplare possono divenire sempre più abitudine ed esercizio”, un luogo in cui compiacersi del semplice accorgersi. Un luogo in cui stare, insomma.

  Rilke invitava a soffermarsi sui nostri ricordi e sulle nostre emozioni, su quel che abbiamo dentro: “la sua personalità si rinsalderà” scriveva, “la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri”. Ecco: essere in grado di abitare nella nostra solitudine, di renderla un suggestivo luogo di villeggiatura – anziché una tormentosa prigione – mi pare un obiettivo invitante.Schermata 2018-05-02 alle 13.57.49

  Ma com’è possibile riuscirci? Chi scrive d’abitudine si accorge – poco a poco – di racchiudere in sé una molteplicità di voci, ciascuna portatrice di posizioni personali, in un avvicendarsi di punti di vista, emozioni, convinzioni, impressioni. Virginia Woolf affermava: “La parola ‘io’ è soltanto una comoda designazione per nominare qualcuno che non esiste realmente”. Curioso, eh? Dar voce alle tante voci che ci abitano apre alla possibilità di dialoghi interiori, come in una messa in tensione psichica tramite cui rendiamo più articolata la nostra vita interiore. Dal “bianco o nero” ci si esercita a stare nelle sfumature, a rendere pensabili ambivalenze e conflitti, a riconoscere anche le nostre zone d’ombra. A far della solitudine una piacevole dimora.

  Ma di che stiamo scrivendo? Di noi stessi, naturalmente. Non facciamoci ingannare però, non è poi così importante di cosa scriviamo; fatti e fantasie possono tranquillamente mischiarsi, il ricordo e il diario si intrecceranno inevitabilmente con appunti sparsi, idee, bozze di racconti, conversazioni inventate o udite di sfuggita, vite degli altri. Per la Duras, “scrivere significa tentare di sapere che cosa scriveremmo se scrivessimo”. Ecco, il punto, più che scrivere di sé, è scrivere per sé. Sono qua, al bar, in cucina, sul letto, in treno, non importa: posso fermarmi, posso ascoltarmi, posso scrivere quel che mi va. Di qualsiasi cosa io scriva, il semplice farlo prova che, almeno per un momento, io posso curarmi di me. È un po’ come dirsi: sì, ci tengo a me, voglio dedicarmi del tempo.

  La scrittura, poi, ha un rapporto privilegiato con la creatività e la spontaneità che tutti noi portiamo dentro, è compagna dell’immaginazione e dell’esplorazione giocosa. La possibilità di immaginare noi stessi può essere ad un tempo terapeutica e divertente (nel senso proprio del termine). 01795adc-24d7-4d12-8378-9d9acc2656fbLe immagini interiori – le nostre fantasie e fantasticherie, i sogni ad occhi aperti (e anche chiusi) – hanno la capacità di esprimere la nostra esperienza emotiva sinteticamente e in forma visibile. Com’è la mia tristezza? È un prato innevato, terra che dorme in un inverno troppo lungo. Eccomi lì, è immediato, sono nel prato della mia tristezza. Ci sarà qualche animale? Almeno un fiorellino? Forse, se continuo a camminare, più in là troverò una casa…

  Affidarsi alle immagini che emergono dalla nostra mente, attribuendogli un valore reale, è giocare con noi stessi, è un darsi retta delicato e gentile. Scopriamo così – tramite la pratica della scrittura – la bellezza di entrare e uscire dai nostri racconti e ricordi. Col tempo l’ambiguità delle immagini evocate ci diventerà familiare, quasi complice in quel gioco serissimo che è rinarrarsi, ancora e ancora, da angolature sempre nuove. Qui risiede la possibilità di riappropriarci di noi e riconoscerci in una storia che ci somiglia, osservandoci ora con occhio benevolo, ora con amorevole rimprovero o distacco, concedendoci soprattutto la dedizione che meritiamo.

Dott. Martino Lioy, psicologo clinico,

specializzando in psicoterapia e psicodramma.

 

 


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I benefici della Curcuma

Siamo in primavera e, inutile negarlo, con il primo sole compare anche il primo pensiero della prova costume! In questo periodo iniziano quindi i buoni propositi collegati all’alimentazione e all’attività fisica da migliorare e incrementare quest’ultima, per poterci spogliare liberi e soddisfatti. Abbiamo un buon alleato che possiamo aggiungere ai nostri buoni propositi, arriva dall’oriente, assomiglia alla radice dello zenzero fuori e ad una più comune carota dentro, il suo nome è curcuma.

curcuma

La curcuma infatti, se inserita in un contesto di sana alimentazione e attività fisica, può essere d’aiuto per dimagrire e bruciare i grassi.

 

 

 

Quali sono le proprietà dimagranti della curcuma, perchè aiuta a dimagrire e quanta ne devo assumerne per ottenere i suoi effetti benefici?

La curcuma (Curcuma longa) è una pianta tipica dei paesi orientali con clima tropicale e con piovosità elevata.
Oltre ad essere ricca di vitamine (del gruppo B, C, E, K) e di diversi minerali, la componente principale e più caratteristica della curcuma è la curcumina, un estratto usato anche come colorante oltre che come integratore alimentare, che racchiude in sé tantissime proprietà, rendendo la spezia utilissima per il benessere del nostro organismo, sotto differenti aspetti, compreso il dimagrimento.

curcuma benefici.jpg

Curcuma per dimagrire:

Essa stimola gli adipociti a secernere e rilasciare una sostanza in grado di stimolare l’organismo a liberare e utilizzare i grassi accumulati sottoforma di riserva, aiuta il fegato a lavorare nel metabolizzare al meglio i grassi introdotti durante i pasti, in particolare quelli derivanti dai carboidrati complessi e dagli zuccheri raffinati, di più difficile digestione.
La curcuma aiuta a dimagrire anche perchè fa sentire meno la sensazione di fame poiché stimola la corretta funzionalità di un ormone prodotto dal tessuto adiposo che va a regolare il senso di sazietà.
Anche il ristagno di liquidi sembra possa essere “scongiurato” dall’azione di questa potente spezia, viste le sue capacità di agire tanto sul sistema circolatorio quanto su quello linfatico, maggiormente responsabile della formazione dei cuscinetti adiposi e della fastidiosissima pelle a buccia d’arancia.

Ma non solo…

La Curcuma aiuta a combattere le allergie! La curcumina, il principio attivo primario della radice di curcuma, è in grado di inibire il rilasciallergia.jpgo di istamina, la molecola che attiva la reazione allergica così si determina la diminuzione della gravità di varie malattie legate ad alterazioni della risposta immunitaria.
È per questo motivo che la radice di curcuma può essere un utile supporto a chi soffre di condizioni allergiche.

La curcumina può aiutare a proteggere i tessuti dai danni ossidativi e migliorare in modo significativo il rimodellamento tissutale aiutando a combattere i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento precoce delle cellule, quindi ha azione anti ossidante e risulta utile anche nella prevenzione delle malattie cronico degenerative (tumori, Alzheimer, demenze).

Contrasta l’artrite, riduce i dolori articolari e reumatici. Contrasta il dolore delle articolazioni ed aiuta a sgonfiare le articolazioni infiammate fino a togliere (dopo lunghi periodi di assunzione) le deformazioni tipiche dell’artrosi, è antinfiammatoria.

Questa potente spezia ha un buon rapporto anche con il nostro apparato digerente: un aiuto per la colite, allevia i dolori di stomaco. Per chi soffre semplicemente di colon irritabile o per chi ha malattie gastrointestinali più severe come la colite ulcerosa, l’uso della curcuma si è dimostrato efficacie nel ridurre l’infiammazione della mucosa intestinale. Inoltre contribuisce a regolare gli stati di diarrea o stipsi.

Ed infine la curcuma ha anche un’azione antibatterica e depurativa! Diversi studi hanno dimostrato come l’utilizzo della curcuma, anche insieme agli antibiotici, sia in grado di accelerare l’efficacia dei farmaci e di favorire il recupero da un’infezione. La curcuma è un’ottima alleata del fegato, aiutandolo nella depurazione e disintossicazione. Insomma, davvero grandi proprietà per una piccola radice.

ATTENZIONE: posso sempre assumere la curcuma?

No. L’utilizzo di questa spezie è sconsigliato a chi soffre di calcoli alla cistifellea o di ulcera. Occorre prestare cautela nel suo consumo quando si stia seguendo una cura a base di farmaci anticoagulanti o anti aggreganti, poiché la curcuma rende il sangue maggiormente fluido.
Stessa regola in caso di gravidanza o allattamento: meglio rivolgersi al parere del proprio medico curante.

Dr.ssa Shuela Curatola
Biologa Nutrizionista
Collaboratrice del Centro Nemesis


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CORSO DI ACCOMPAGNAMENTO ALLA NASCITA E ALLA CRESCITA

Torino da sabato 7 aprile

Durante la gravidanza ogni donna vive un periodo di cambiamento che si riflette su vari aspetti della propria vita e che spesso coinvolgono anche il partner.
Il corso, attraverso l’intervento di diverse figure professionali specializzate (logopedista, ostetrica, psicologi, biologo nutrizionista)  si propone di affrontare le tematiche relative a questi cambiamenti, ma anche di trasmettere 
consapevolezza e fiducia attraverso la condivisione delle proprie esperienze, fornendo informazioni tecniche, specialistiche e pratiche sulla gestione del bambino e della coppia genitoriale.

Il corso prevede un Primo livello di ACCOMPAGNAMENTO ALLA NASCITA  e un Secondo livello di ACCOMPAGNAMENTO ALLA CRESCITA

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Il metodo Feuerstein: è possibile modificare l’intelligenza?

Qual è il genitore, l’insegnante, l’educatore che non si è mai fatto questa domanda?

Come adulti sentiamo tutta la responsabilità di trovare una risposta, soprattutto se il bambino o ragazzo che abbiamo di fronte ha delle difficoltà.

Quando ci poniamo questa domanda diamo per scontato che l’intelligenza sia un dato stabilito alla nascita e che l’esercizio la possa modificare solamente in piccola parte.

Oggi invece gli studi ci dimostrano che vi sono molte e diversificate intelligenze che possono migliorare durante tutto l’arco della vita attraverso un’azione educativa che stimoli la capacità di riflessione e l’attivazione di strategie per la risoluzione di problemi quotidiani complessi.

In questa visione rientrano le teorie di Reuven Feuerstein, psicologo israeliano che, tra il 1950 e il 1960, contestualmente alla forte immigrazione di ebrei nello Stato di Israele, elaborò un Metodo che potesse rivelare le abilità di pensiero e la modificabilità cognitiva di bambini e giovani immigranti etichettati come “poco intelligenti”.

Il PAS (Programma di Arricchimento Strumentale) è stato dunque ideato per sviluppare e potenziare la modificabilità in persone che, per varie ragioni, non hanno gli strumenti per affrontare i compiti di apprendimento e cognitivi, sia che si tratti di persone con scarsa intelligenza, sia che si tratti di persone con quoziente intellettivo nella norma.

Nel PAS ha un ruolo fondamentale la figura dell’adulto che fa da Mediatore, ovvero che accompagna e facilita il processo di apprendimento e insegna come “imparare ad imparare”;  attraverso la Mediazione è possibile modificare il pensiero cognitivo di qualsiasi individuo, a partire da qualsiasi condizione e durante tutto l’arco della vita. In questo modo ogni persona può essere Mediatore verso il proprio figlio, il proprio allievo e le persone che ha accanto.

Il Mediatore aiuta il bambino ad essere consapevole e padroneggiare il processo di apprendimento”.

Il Programma di Arricchimento Strumentale si suddivide in P.A.S. CLASSICO (3 livelli) rivolto a bambini che abbiano almeno 8 anni, ragazzi di scuola secondaria e giovani adulti  e P.A.S. BASIC (2 livelli) rivolto all’età prescolare o a situazioni di ritardo/carenza delle funzioni cognitive di base (disabilità cognitiva, paralisi cerebrale, disturbi dell’apprendimento).

IL P.A.S. CLASSICO è composto da 14 strumenti che comprendono complessivamente più di 500 esercizi carta e matita ed è applicato in differenti contesti (dalla scuola alla formazione professionale, all’educazione degli adulti, all’impresa e alla riabilitazione degli anziani). Si presenta in particolare come mezzo di notevole efficacia per intervenire sul disagio giovanile e sulla disabilità.

Gli obiettivi sono principalmente:

  • Correggere i processi cognitivi carenti
  • Formare abitudini di lavoro efficienti (gestire l’impulsività, procedere in modo sistematico, analizzare l’errore, comprendere le consegne)
  • Acquisire un repertorio ricco e differenziato di concetti e vocaboli
  • Produrre motivazione verso l’apprendimento, rinforzare l’autostima attraverso l’uso di esercizi sfidanti
  • Sviluppare la consapevolezza del proprio funzionamento cognitivo

IL P.A.S. BASIC, attraverso una ricca gamma di compiti, promuove la consapevolezza dei processi di pensiero e consente la trasferibilità degli apprendimenti ad altri contesti, stimolando livelli più alti di astrazione e rappresentazione mentale.

Gli obiettivi sono principalmente:

  • Sviluppare le funzioni cognitive di base
  • Fornire strumenti verbali e attivare concetti spaziali, temporali e numerici
  • Promuovere il pensiero riflessivo e la trasferibilità degli apprendimenti
  • Stimolare motivazione verso l’apprendimento e il sentimento di autoefficacia

In generale il PAS non presenta contenuti specifici di tipo scolastico, ma si focalizza sullo sviluppo delle funzioni cognitive e trova la sua applicazione nella riabilitazione, nell’insegnamento, nell’industria e nella formazione continua.

 

cristina iosa logopedista


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NON SOLO LINGUAGGIO

Nel mio paese un po’ sperduto in montagna nella piazzetta centrale c’è una scritta sul muro dipinta nei tempi del fascismo che riporta: “ E’ tempo di dire che l’uomo prima di sentire il bisogno della cultura ha sentito il bisogno dell’ordine.”

Questa frase, ovviamente modificata, mi è risuonata in testa nel momento in cui ho scritto questo articolo: E’ tempo di dire che l’uomo prima di sentire il bisogno di parlare ha sentito il bisogno di COMUNICARE.”

comunicazione uomo primitivo

Effettivamente se pensiamo ontologicamente, sia nella storia dell’umanità sia in quella di ogni essere vivente, la conquista del linguaggio è avvenuta grazie al raggiungimento di tappe comunicative essenziali. Il linguaggio è uno fra i tanti canali di comunicazione, non è l’unico! Sebbene sia la forma dal punto di vista cognitivo più complessa, non è sempre unicamente chiaro. Pensare a quante volte uno sguardo o un semplice gesto possano esprimere seriamente più di mille parole, e a quante volte quest’ultime ci portano ad incomprensioni e fraintendimenti. I sociologi sostengono infatti che  la gran parte di una comunicazione passi attraverso i canali non verbali, e proprio all’interno di essi,  esistono prerequisiti fondamentali, che il bambino deve acquisire per garantire successivamente un adeguato sviluppo del linguaggio orale.

Una delle prime forme comunicative utilizzata dal bambino è la gestualità con uno scopo prettamente richiestivo. pointing.jpgL’uso del pointing, ovvero l’indicazione attraverso il dito indice, serve per soddisfare le esigenze primarie del bambino stesso. All’interno di questi primi scambi di comunicazione, l’altro è essenzialmente uno strumento indispensabile per raggiungere l’obiettivo. Solo successivamente, con un adeguato sviluppo cognitivo, il bambino sarà in grado di interiorizzare l’altro come essere interlocutore capace di pensieri propri con cui condividere una situazione e quindi acquisirà funzioni comunicative più complesse come il commentare, il fornire spontaneamente informazioni o il chiedere informazioni.

Cosa succede nei bambini affetti da Autismo e cosa può fare il logopedista?

Nei bambini affetti da disturbi dello spettro autistico la bassa frequenza comunicativa è una delle caratteristiche peculiari. Uno dei criteri utilizzati dai medici per fare diagnosi dal DSM V (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders) è:

  • Deficit persistente nella comunicazione sociale e nell’interazione sociale in diversi contesti (…).

Comunicare, nell’accezione più restrittiva, significa trasmettere un messaggio intenzionalmente, ed è proprio un deficit nell’intenzionalità comunicativa e di conseguenza delle sue espressioni che marca il quadro autistico. Ricordiamoci che non è sempre detto che chi parla “troppo” comunichi realmente qualcosa ,magari ripete semplicemente o utilizza un linguaggio senza nessuno scopo.

Il logopedista di fronte ad un bambino con deficit in ambito comunicativo ha il compito di valutare in quale fase di sviautismo e logopedia.jpgluppo si collochi rispetto allo sviluppo tipico. Lo specialista cercherà di interagire con il bambino, di alimentare l’interesse  per la relazione, di favorire esplicitamente l’emergere di funzioni e forme comunicative adeguate. Solo  quando le tappe fondamentali della comunicazione non verbale saranno acquisite e generalizzate si potrà impostare un lavoro sul linguaggio verbale e utilizzarlo come forma comunicativa più astratta.

E’ errato pensare che in presenza di deficit comunicativi non sia necessario richiedere l’intervento di un logopedista se il bambino ancora non parla. Anzi, è opportuno iniziare il prima possibile, approfittando dell’arco temporale in cui il bambino apprende più facilmente e limitarne così le conseguenze.

La logopedista che collabora con il Centro Nemesis nella sede di Milano
Dott.ssa Borghini Carlotta

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esperto

 


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Laboratorio fonologico con il pappagallo Lallo

Hai 4 o 5 anni?

A Torino da giovedì 08 marzo

…Lallo ti invita a partecipare
a 4 incontri in un piccolo gruppo,
pensati per DIVERTIRSI insieme
ed ALLENARE le abilità linguistiche,
attraverso giochi spiritosi e attività mirate
al training articolatorio e fonologico!

Un laboratorio  fonologico, perché?

Il laboratorio si propone di supportare e stimolare lo sviluppo fonologico e linguistico, con attività mirate anche alla metafonologia.

Quali vantaggi può portare la frequenza del laboratorio?

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Afasia: è utile rivolgersi ad un logopedista tempestivamente

Afasia, definita come la perdita, totale o parziale del linguaggio, è causata da un danno cerebrale focale che interessa un’ampia rete di strutture destinate alla codificazione e decodificazione dei messaggi linguistici.

afasia habla

La causa che provoca afasia ne determina la modalità di insorgenza che può essere acuta o progressiva. Nel primo caso, può essere conseguenza di un trauma cranico, di un processo infettivo o infiammatorio, oppure, più comunemente, manifesta l’insorgenza di un accidente cerebro-vascolare di natura ischemica o emorragica. Gli infarti cerebrali sono da ritenersi infatti, la causa più frequente di afasia. Nel secondo caso invece, l’insorgenza progressiva è manifestazione di un processo degenerativo; è il caso ad esempio, della demenza fronto-temporale o della malattia di Alzheimer (Mariani e Bertora, 2009).

L’afasia è un disturbo comunicativo complesso che coinvolge diversi livelli di elaborazione linguistica, ostacolando notevolmente l’autonomia nello svolgere le attività della vita quotidiana nonché la partecipazione sociale ed il benessere dei soggetti colpiti.

foto-afasia

Per comprendere la sensazione possiamo immaginare di risvegliarci in un luogo mai visto prima, un ospedale ad esempio, e di non comprendere ciò che viene detto dal personale di reparto e neppure riuscire a comunicare i nostri bisogni elementari: la sensazione di smarrimento potrebbe essere simile a quella di chi si trova in un paese straniero di cui non conosca la lingua. Continuiamo ad immaginare quel che può accadere nel momento in cui si riceve una visita delle persone care, di sentirsi sollevati nel riconoscerle, per poi scoprire, con sconforto, che anch’esse utilizzano una lingua sconosciuta. Questo è quanto accade alle persone divenute afasiche a seguito di evento acuto: ictale, infettivo o traumatico.

L’afasia non rappresenta un disturbo statico, è possibile infatti affermare che nel periodo immediatamente successivo all’evento scatenante, si assiste ad un miglioramento del quadro afasico nella quasi totalità dei casi, fatta eccezione per le afasie ad esordio progressivo. Tale miglioramento, definito anche recupero spontaneo, è da attribuirsi a diversi meccanismi neurologici quali la riduzione dell’edema perifocale e della diaschisi, ovvero del danno funzionale che interessa le aree connesse funzionalmente con quella lesa. Generalmente i processi descritti hanno luogo durante i primi due mesi dall’evento indice; tuttavia è possibile osservarli anche a distanza di sei-otto mesi.

Alla luce del fenomeno descritto dunque, qual è il ruolo della riabilitazione del linguaggio e della comunicazione?

Una meta-analisi condotta da Robey (1998), conclude che il miglioramento nei soggetti trattati è superiore a quello dei soggetti non trattati e che tale differenza è maggiore nei pazienti in fase relativamente acuta. La meta-analisi evidenzia inoltre, come l’effetto dell’intensità del trattamento sia significativo; tanto maggiore è la sua intensità, quanto maggiore risulta il recupero. Per la terapia, è inoltre importante tener conto anche di un’eventuale depressione, relativamente frequente dopo una lesione cerebrale, di natura reattiva o organica cerebrale. In questi casi sono d’aiuto gli antidepressivi, in particolare gli inibitori selettivi della ricattura della serotonina (ISRS) e, in particolare nel caso di una depressione reattiva, un intervento psicologico di sostegno attraverso per esempio, training cognitivi-comportamentali e monitoraggio.

Un intervento logopedico tempestivo ed intensivo, in conclusione, migliora la prognosi e riduce il senso di impotenza legato alla difficoltà comunicativa: ecco perché non vale la pena temporeggiare!

La logopedista che collabora con il Centro Nemesis nella sede di Milano
Dott.ssa Laura Diprossimo

 

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VEDI ANCHE L’ARTICOLO  “LOGOPEDISTA COSA FA?”