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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia

Rapporto tra genitori e figli: il conflitto sintomo di una cattiva comunicazione familiare

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Perché si crea conflitto nel rapporto tra genitori e figli?
Quante volte è capitato di sentire dire da un genitore: “Non mi ascolta, si arrabbia, urla, fa sempre di testa sua”. Si potrebbe continuare ancora con affermazioni di questo tipo, ma quello che è importante sottolineare è che i genitori appaiono stanchi e a volte scoraggiati perché le hanno “provate tutte”.

 immagine1A volte il conflitto che si crea nel rapporto tra genitori e figli può essere il sintomo di una difficoltà di comunicazione all’interno del contesto familiare. È molto importante per un genitore saper comunicare in maniera efficace con il proprio figlio perché l’aspetto comunicativo migliora la qualità della diade genitore-bambino.

Alcuni studi (Zolten e Long, 2006) mostrano che una buona comunicazione favorisce l’esperienza da parte dei bambini di essere ascoltati e compresi dai loro genitori, fattore positivo che innesca, tra l’altro, un aumento nell’autostima. Al contrario, una comunicazione non efficace o comunque negativa porta il bambino a credere che non è importante, che non è ascoltato o capito e a rappresentarsi il genitore come distante.

Una comunicazione sufficientemente buona porta, inoltre, ad un beneficio non solo per il bambino, ma per tutti i membri della famiglia, migliorando il clima intrafamiliare e di conseguenza il rapporto tra genitori e figli.

Cos’è la comunicazione efficace e quali le basi di una buona comunicazione?

Innanzitutto è fondamentale iniziare a comunicare con il proprio figlio fin da piccoli: è importante impostare le basi per una comunicazione aperta ed efficace fin da subito, per consolidare il rapporto tra genitori e figli. Assumere un atteggiamento di apertura significa mostrarsi disponibili quando i bambini fanno domande o vogliono semplicemente parlare. I bambini che sentono di essere ascoltati in maniera autentica dai loro genitori sono più propensi ad aprirsi e condividere i loro pensieri, i sentimenti e le preoccupazioni.

È inoltre importante adattare la comunicazione in base all’età del proprio figlio, in modo che il messaggio comunicato possa essere facilmente compreso. Con i bambini più piccoli, questo può essere fatto usando parole semplici e frasi brevi. Inoltre, il contatto visivo facilita la comunicazione: guardare negli occhi e, se opportuno, abbassarsi e posizionarsi all’altezza del viso per mostrarsi disponibili e aperti al dialogo. Il contatto visivo è un ottimo facilitatore della comunicazione.Inoltre, dagli studi emerge che con i bambini tanto piccoli sarebbe opportuno parlare per non più di 30 secondi. I genitori possono cogliere alcuni indizi che mostrano che il bambino non riesce più a seguire e a stare nel dialogo dai segni di irrequietezza, mancanza di contatto visivo e distraibilità.

Quando un bambino fa fatica a parlare o si mostra ritirato, chiuso, è fondamentale porre domande che facilitano la comunicazione, cioè le domande definite aperte. Le domande aperte iniziano con le parole: “che cosa”, “dove, “chi” o “come” e facilitano la comunicazione perché richiedono una risposta approfondita che non si esaurisce con “sì”, “no”, “non lo so”, risposte tipiche delle domande chiuse. Importante però è limitare le domande, di qualunque natura siano, per non sfociare in qualcosa di simile ad un interrogatorio che potrebbe inibire il bambino o farlo reagire con manifestazioni di rabbia.

Un altro aspetto da non sottovalutare è quello di pensare che i bambini non vogliano ascoltare, che hanno da fare, che pensano solo a giocare. In realtà, i bambini, sia grandi che piccoli, sono molto curiosi e bombarderebbero il genitore con mille domande se il contesto lo consentisse. Spesso il motivo per cui non lo fanno è quello di non disturbare il genitore che è sommerso da tanti impegni lavorativi. È, quindi, fondamentale dare spiegazioni esaustive quando il bambino pone delle domande: dare tutte le spiegazioni di cui i bambini necessitano porta i bambini a fare più domande e a non trarre conclusioni affrettate e non necessariamente vere. Se un genitore non conosce un argomento, si potrebbe dire al bambino di non sapere molto su questo aspetto e cercare insieme a loro informazioni su internet o rivolgersi a un esperto. Questo insegna ai bambini che anche i genitori sono esseri umani, che non conoscono tutto e che insieme si può conoscere una nuova cosa.

Comunicare significa anche mettersi in gioco ed esprimere i propri sentimenti e le idee. La comunicazione deve essere bidirezionale, i genitori cioè, devono ascoltare i propri figli, ma devono anche essere disposti a condividere i propri pensieri e sentimenti con loro, pur non mostrandosi giudicanti. Attraverso le idee e i sentimenti si possono comunicare ai propri figli i valori e aspetti legati alla morale. Il bambino, in questo modo, impara che è anche importante ascoltare e che comunicare significa anche aspettare il proprio turno.

Infine, per comunicare in maniera sufficientemente buona, bisogna dapprima imparare ad ascoltare: l’ascolto è una competenza che deve essere appresa e praticata. Gli autori (Zolten e Long, 2006) suggeriscono alcune linee guida per imparare ad ascoltare i propri figli e come comunicare durante un conflitto:

  • Mantenere il contatto visivo;
  • immagine3Eliminare le distrazioni: quando i bambini esprimono il desiderio di parlare, la mamma e/o il papà dovrebbe limitare le distrazione, mettendo da parte quello sta facendo. Ad esempio, se il genitore continua a leggere, a guardare la televisione o lavorare al pc mentre il bambino parla, quest’ultimo può credere che i suoi genitori non sono interessati o che quello che sta dicendo non è importante. Se il genitore in quel momento non può parlare si può decidere di programmare insieme un secondo momento in cui poter parlare liberamente;
  • Limitare le interruzioni: è importante non interrompere, ma incoraggiare il bambino con un sorriso, ad esempio.
  • Riformulare quello detto dal bambino con parole diverse per mostrare al bambino che è stato ascoltato. Questo passaggio è importante perché dà l’opportunità al bambino di esprimere chiarimenti se i genitori interpretano ad esempio male ciò che è stato detto.

Come comunicare durante un conflitto nel rapporto tra genitori e figli?

Il conflitto è un’occasione per mostrare al proprio figlio il proprio stato d’animo in una sorta di rispecchiamento reciproco. Si può comunicare utilizzando gli “I messages” (Zolten e Long, 2006), cioè frasi che comunicano i propri stati d’animo, come ad esempio “sono triste quando fai così”, al posto di frasi come “non fare questo. No! questo no!”. È un’opportunità per il bambino di imparare a leggere gli stati d’animo del proprio genitore e ad esprimere i suoi sentimenti.

Quando il conflitto è in atto si potrebbe cercare di lavorare su una difficoltà alla volta, non dimenticando che c’è sempre una soluzione ad ogni problema: è necessario lavorare insieme in maniera flessibile e in creativa per trovare soluzioni che siano accettabili per tutte le parti.

Essere un buon esempio e mostrarsi educati nei confronti dei propri bambini: anche se si tratta dei propri figli, mostrarsi rispettosi e comunicare senza colpevolizzare l’altro, cercando di capire le motivazioni che hanno portato il proprio figlio a dire o a fare qualcosa di sbagliato, facilita la risoluzione del conflitto.

Spesso i genitori ripetono più volte uno stesso concetto o il motivo per cui sono arrabbiati. Questo porta una maggior frustrazione in chi ascolta. Si potrebbe cercare di fare qualcos’altro se i bambini non fanno o non rispondono in maniera positiva a quello che i genitori comunicano. Ad esempio, il genitore può uscire dalla stanza e lasciare solo il bambino un po’ di tempo per farlo riflettere. Inoltre, quando siamo arrabbiati o in conflitto con qualcuno, spesso la prima cosa che viene da fare è quella di criticare. La critica, se utilizzata in maniera adeguata, può essere costruttiva, e lo diventa quando è rivolta al comportamento in esame e non al soggetto che compie l’azione. Criticare quindi l’azione, il gesto, il comportamento che si ritiene sbagliato e non il bambino.

Concludendo, il conflitto spesso è vissuto in maniera frustrante da chi lo vive e necessita di alcuni accorgimenti per risolverlo. Tuttavia, è fondamentale sottolineare due aspetti: innanzitutto, il conflitto non è sempre negativo e, se risolto in maniera adeguata, può essere positivo e portare ad un avvicinamento della coppia genitore-bambino, migliorando la qualità sia della relazione sia della comunicazione; infine, è bene ricordare che non esiste il genitore perfetto e che momenti di sconforto e di tensione con il proprio figlio fanno parte del normale processo di sviluppo del rapporto tra genitori e figli e sono occasione di crescita per entrambi.

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