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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia

La scrittura come coltivazione di sé

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Schermata 2018-05-02 alle 13.57.26.png “È lunedì. Non so se sopravvivrò ad un’altra settimana, ho troppo da fare”. Capita anche a voi di pensarlo? A me sì, certe volte. È che la vita quotidiana sa essere davvero invadente. È incalzante, ricca di appuntamenti, incombenze, doveri e attività programmate, e lascia sempre meno spazio alla calma e alla lentezza (per non parlare dell’ozio tanto caro ai latini, che a nominarlo oggi pare quasi un’indecenza). Non che la velocità sia in sé un male, chiaro; eppure ci troviamo tutti sempre più proiettati verso l’esteriorità, la superficialità e la vita materiale, talvolta soffocando sotto mille impegni la nostra esistenza interiore, che ospita poi i nostri bisogni, desideri, gusti.

  Perché scrivere? Be’, innanzitutto per rallentare. Scrivere è come un processo digestivo che con la sua lentezza consente di metabolizzare ciò che viviamo, trasformando gli eventi in esperienze, consentendoci di gustarli. La scrittura può essere uno spazio tutto per noi, una tregua e un luogo in cui – per dirla con Hesse – “il guardare, l’osservare e il contemplare possono divenire sempre più abitudine ed esercizio”, un luogo in cui compiacersi del semplice accorgersi. Un luogo in cui stare, insomma.

  Rilke invitava a soffermarsi sui nostri ricordi e sulle nostre emozioni, su quel che abbiamo dentro: “la sua personalità si rinsalderà” scriveva, “la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri”. Ecco: essere in grado di abitare nella nostra solitudine, di renderla un suggestivo luogo di villeggiatura – anziché una tormentosa prigione – mi pare un obiettivo invitante.Schermata 2018-05-02 alle 13.57.49

  Ma com’è possibile riuscirci? Chi scrive d’abitudine si accorge – poco a poco – di racchiudere in sé una molteplicità di voci, ciascuna portatrice di posizioni personali, in un avvicendarsi di punti di vista, emozioni, convinzioni, impressioni. Virginia Woolf affermava: “La parola ‘io’ è soltanto una comoda designazione per nominare qualcuno che non esiste realmente”. Curioso, eh? Dar voce alle tante voci che ci abitano apre alla possibilità di dialoghi interiori, come in una messa in tensione psichica tramite cui rendiamo più articolata la nostra vita interiore. Dal “bianco o nero” ci si esercita a stare nelle sfumature, a rendere pensabili ambivalenze e conflitti, a riconoscere anche le nostre zone d’ombra. A far della solitudine una piacevole dimora.

  Ma di che stiamo scrivendo? Di noi stessi, naturalmente. Non facciamoci ingannare però, non è poi così importante di cosa scriviamo; fatti e fantasie possono tranquillamente mischiarsi, il ricordo e il diario si intrecceranno inevitabilmente con appunti sparsi, idee, bozze di racconti, conversazioni inventate o udite di sfuggita, vite degli altri. Per la Duras, “scrivere significa tentare di sapere che cosa scriveremmo se scrivessimo”. Ecco, il punto, più che scrivere di sé, è scrivere per sé. Sono qua, al bar, in cucina, sul letto, in treno, non importa: posso fermarmi, posso ascoltarmi, posso scrivere quel che mi va. Di qualsiasi cosa io scriva, il semplice farlo prova che, almeno per un momento, io posso curarmi di me. È un po’ come dirsi: sì, ci tengo a me, voglio dedicarmi del tempo.

  La scrittura, poi, ha un rapporto privilegiato con la creatività e la spontaneità che tutti noi portiamo dentro, è compagna dell’immaginazione e dell’esplorazione giocosa. La possibilità di immaginare noi stessi può essere ad un tempo terapeutica e divertente (nel senso proprio del termine). 01795adc-24d7-4d12-8378-9d9acc2656fbLe immagini interiori – le nostre fantasie e fantasticherie, i sogni ad occhi aperti (e anche chiusi) – hanno la capacità di esprimere la nostra esperienza emotiva sinteticamente e in forma visibile. Com’è la mia tristezza? È un prato innevato, terra che dorme in un inverno troppo lungo. Eccomi lì, è immediato, sono nel prato della mia tristezza. Ci sarà qualche animale? Almeno un fiorellino? Forse, se continuo a camminare, più in là troverò una casa…

  Affidarsi alle immagini che emergono dalla nostra mente, attribuendogli un valore reale, è giocare con noi stessi, è un darsi retta delicato e gentile. Scopriamo così – tramite la pratica della scrittura – la bellezza di entrare e uscire dai nostri racconti e ricordi. Col tempo l’ambiguità delle immagini evocate ci diventerà familiare, quasi complice in quel gioco serissimo che è rinarrarsi, ancora e ancora, da angolature sempre nuove. Qui risiede la possibilità di riappropriarci di noi e riconoscerci in una storia che ci somiglia, osservandoci ora con occhio benevolo, ora con amorevole rimprovero o distacco, concedendoci soprattutto la dedizione che meritiamo.

Dott. Martino Lioy, psicologo clinico,

specializzando in psicoterapia e psicodramma.

 

 

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