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Psicologia Clinica e Forense – Psicoterapia – Logopedia


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Training Autogeno in gravidanza, in particolare il metodo R.A.T.

La gravidanza rappresenta per la donna uno dei periodi della vita più ricco di cambiamenti. Le modificazioni che avvengono riguardano sia il corpo sia la mente che insieme dovranno trovare nuovi equilibri. Tra le fisiologiche oscillazioni ormonali e le normali insicurezze legate ai cambiamenti corporei, di abitudini e di ruoli, il Training Autogeno in gravidanza può essere adottato efficacemente per mantenere un equilibrio ed una serenità emotiva.

Tecnica di rilassamento e di psicoterapia esso si basa sulla ripetizione di particolari esercizi che devono essere appresi in modo graduale e con allenamento costante. Per le gestanti è utile in particolar modo il metodo R.A.T., Training Autogeno Respiratorio, tecnica che deriva dal Training Autogeno e che consiste in alcuni esercizi che aiutano a controllare la respirazione e a sciogliere i muscoli coinvolti nel parto.

Il compito primario del training autogeno in gravidanza è quello di aiutare le future mamme ad affrontare gli squilibri emotivi e le oscillazioni d’umore che spesso accompagnano il prima e il post parto, cercando di prevenire in questo modo patologie più gravi quali i disturbi d’ansia della gestante e la depressione post partum della neomamma.

Gli esercizi inoltre, eseguiti già a partire dal 4° mese con il supporto di uno psicologo esperto, possono ridurre se non far scomparire del tutto eventuali stati di malessere fisico legati al periodo: nausea, vomito, insonnia, irritabilità, stitichezza, senso di spossatezza, anomalie respiratorie e del ritmo cardiaco da ansia, sbalzi di pressione, dolori muscolari. Il Training Autogeno è una risorsa che non esaurisce la sua funzione nell’arco della gravidanza e del parto, ma che potrà essere utilizzata in qualsiasi momento della vita.

Il Training Autogeno in gravidanza permette dunque di attenuare i disturbi tipici di questo periodo oltre che di fronteggiarne i vissuti psicologici. Tale tecnica consente di sintonizzarsi e porsi in ascolto del proprio corpo e così facendo permette alla madre di iniziare un dialogo con il nascituro, creare armonia dentro di sé e prendere confidenza con i cambiamenti fisiologici. Facilita il raggiungimento di un profondo rilassamento e di un benessere generale, combattendo ansie e paure, e migliora eventuali contratture e dolori. Durante il travaglio consente alla mamma di concentrarsi su quanto sta accadendo, aumenta la determinazione, la calma e la capacità di autocontrollo, oltre a migliorare la fiducia in se stesse e nelle proprie capacità. I benefici del training autogeno si protraggono oltre la nascita del bambino, rendono la mamma più “allenata” ad affrontare tutti i piccoli problemi che la cura e la gestione di un neonato e del nuovo ruolo comportano.

Il training autogeno non è una cura che elimina il dolore o l’ansia in maniera definitiva, ma aiuta sensibilmente a tenere sotto controllo lo stress e ad affrontare gli ostacoli con maggiore tranquillità. La sua pratica stimola la produzione di endorfine che contrastano l’ansia e l’agitazione favorendo anche il controllo del dolore grazie al rilassamento della muscolatura.

Tale metodo andrebbe appreso all’interno o in concomitanza di corsi che prevedono un approccio completo a gravidanza, parto e post-partum. La gravidanza è un evento unico e misterioso che coinvolge non solo il corpo, ma anche la psiche della donna. La donna è assorbita da ansie e paure, per questo è importante approfondire non solo gli aspetti fisiologici della gravidanza, ma anche i vissuti psicologici della donna e di chi le sta accanto. Corsi così strutturati rispondono sia ai bisogni informativi che di sostegno dei futuri genitori: le paure si attenuano grazie alla condivisione e all’informazione, il confronto rassicura e rende protagonisti della propria esperienza, il gruppo che accoglie e ascolta infonde fiducia e coraggio.

 

dott.ssa Filomena Tancredi
Psicologa Psicoterapeuta

VEDI ANCHE “IL CORSO DI ACCOMPAGNAMENTO ALLA NASCITA”


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Coccole con Mamma e Papà!

Corso di Massaggio dolce pre e post nascita per
genitori e bimbi

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“Le madri che sono state toccate con cura e dolcezza, toccheranno a loro volta i loro neonati con mani più abili; e un neonato toccato con dolcezza, toccherà a sua volta con dolcezza”
Eva Reich
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Crisi di coppia come superare il momento? Conoscendo i quattro processi che portano al litigio

Crisi di coppia come superare il periodo delle discussioni e dei litigi?

Io non ti sopporto più. Devo uscire da questa relazione
Quando fai così ti odio… lo sai e lo fai apposta!”
“Non sei mai a casa, e quando ci sei riesci comunque a essere assente!”
“Sei diventata di ghiaccio, non riesco più ad avvicinarmi a te”crisi coppia Nemesis

Quante volte ci è capitato di scontrarci con il nostro partner? Siamo arrivati a queste frasi o ci siamo fermati prima? Oppure siamo andati oltre e la nostra relazione non esiste più?

In questo articolo tratteremo: la crisi di coppia come superare il momento e scopriremo cosa sta sotto ai conflitti, quali sono i processi che allontanano i sentimenti positivi dalla relazione. Le motivazioni dei conflitti possono infatti essere molto diverse: i problemi specifici di ogni coppia fanno parte della coppia e, rispetto al loro contenuto, difficilmente possono essere “incasellati”. Tutti, però, sono accomunati da questi processi, trasversali e presenti in ogni conflitto. Riconoscerli permette di migliorare la qualità della nostra relazione e di impedire che i sentimenti profondi e positivi che ci legano all’altro si affievoliscano lentamente. Andiamo a scoprirli!

  1. La Disconnessione

Quando siamo connessi con qualcuno è come se qualcosa ci tenesse insieme in modo speciale, ci rendesse psicologicamente presenti. È così che capita di sentirsi aperti (senza difese, ostilità, altre priorità), curiosi (genuinamente interessati all’altro) e ricettivi (disponibili a farci carico di ciò che l’altro ci offre, a fare spazio per ciò che vorrà condividere con noi).
Quando qualcuno si connette a noi in questo modo, il risultato in noi è un senso di importanza: ci sentiamo presi a cuore, apprezzati e rispettati.
Ma quando chi è stato connesso smette di esserlo (sembra annoiato, risentito, freddo, distratto…), ne soffriamo… e spesso agiamo di conseguenza, disconnettendoci a nostra volta. Questo movimento dà il via a una spirale nella quale progressivamente ci si allontana, senza riuscire a comprendere, alla fine, in quale momento sia iniziato tutto.

  1. La Reattività

litigare rabbia

Questo processo avviene quando ci facciamo guidare dalle nostre emozioni in modo diretto, senza prenderci un attimo per pensare e per incanalarle in modo più inoffensivo. Sono le volte in cui sbottiamo, in cui sentiamo che “questa è la goccia che fa traboccare il vaso”… e inondiamo l’altro con la nostra rabbia. Agiamo così in modo impulsivo, automatico e senza consapevolezza, trascinati dai nostri giudizi. In questo modo rischiamo di provocare all’altro un dolore che lo allontanerà, rendendo sempre più difficile la comunicazione con lui.

  1. L’Evitamento

A nessuno piace provare emozioni negative, ed è quindi successo a tutti di sforzarsi per evitarle, anche senza rendersene conto. Qualsiasi azione potenzialmente potrebbe essere un evitamento, ma vediamo quali sono le modalità più diffuse:

  • Riempire il nostro corpo con delle sostanze che ci facciano sentire bene: cioccolato, dolci, il nostro piatto preferito, qualche bicchiere, qualche sigaretta di troppo… anche l’alcol e le droghe sono un modo per evitare emozioni spiacevoli!
  • Distrarci: qualsiasi cosa può diventare una distrazione, anche quelle che ci fanno bene. Buttarci di più sul lavoro, concentrarci nel nostro sport preferito, guardare moltissime serie tv… se ci capita di investire in queste e altre attività molto più tempo ed energie del solito, vale la pena fermarsi un attimo e chiedersi: “sto scappando da qualcosa?”
  • Ritirarci in una evitare tristezza Nemesis“zona confortevole”: evitare, quindi, le situazioni che rischiano di esporci alle emozioni negative. Ad esempio evitare di affrontare una questione spinosa, rifiutarsi di ascoltare l’altro, terminare una conversazione non appena sentiamo il crescere dell’agitazione per restare più “al sicuro”, nel territorio delle emozioni non pericolose. Allo stesso tempo, restare in questa situazione porta nel tempo a sentirsi bloccati, appesantiti, a volte insoddisfatti e sconfitti.

L’evitamento, con moderazione, può di certo permettere di “passar sopra” a qualche difficoltà nella coppia. Più alto è il suo impiego, tuttavia, più è probabile che nella coppia si creino problemi.

  1. Dentro alla tua mente

La nostra mente produce una miriade di pensieri al giorno: molti di questi sono legati a ciò che ci succede, altri sono un suo “prodotto esclusivo”. Tanti dei nostri pensieri, infatti, nascono dall’interpretazione della realtà che noi facciamo sulla base di alcune convinzioni profonde.
Ad esempio: se fossimo convinti di non valere niente, i nostri pensieri saranno prevalentemente incentrati su quanto lui è stato più bravo di me a svolgere quel lavoro, su come quella volta ho fallito, su come di conseguenza fallirò anche la prossima volta…. Insomma, i nostri pensieri sono in grado di amplificare il nostro modo di vivere la realtà, portandoci spesso a percepirla a modo nostro. Ed è in questo modo che si formano le diverse “versioni” della realtà, sulle quali nessuno è mai d’accordo (“è andata così!”, “no, non ti ricordi, è andata in quest’altro modo!”).
Restare intrappolati nella propria mente ci fa perdere nei pensieri, allontanandoci dalla realtà delle cose e, di conseguenza, dall’altro.

Riconoscere in noi questi processi è sicuramente il primo passo per andare verso l’altro e trovare una prima risposta alla domanda che ci siamo posti all’inizio “Crisi di coppia come superare il momento?” ricostruendo un modo di comunicare e relazionarsi che porti a una ritrovata vicinanza.

“Litigare è spiegare in modo complicatissimo e a voce alta cose semplici da dirsi sottovoce.”
(Erich Fromm)

psicologa psicoterapeuta alice garavaglia

 


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STIMOLIAMO LA BOCCA DEI NOSTRI BAMBINI!

La funzione alimentare ha inizio già nella vita intrauterina, quando il bambino a 10 settimane di vita inizia a succhiare e a 15 settimane a deglutire.

Nel corso dei primi 3 anni di vita il bambino deve arrivare ad avere una deglutizione quasi del tutto simile a quella dell’adulto: questo potrà avvenire soltanto se l’esperienza a livello sensoriale e motorio sarà adeguata, ovvero se egli imparerà a conoscere il gusto, la temperatura, la forma, l’odore di diversi alimenti e se li saprà gestire attraverso i movimenti delle labbra, della lingua e delle guance.

La bocca rappresenta per il lattante il primo strumento attraverso il quale egli inizia a conoscere il mondo: comincia col portare le manine alla bocca per poi passare a tutti gli oggetti che gli capitano intorno. Per questo motivo lasciamo sperimentare con la bocca il nostro bambino! Naturalmente facendo attenzione a non lasciare oggetti piccoli, taglienti, caldi, che possano essere ingeriti o che possano creare situazioni di pericolo per il piccolo.

La funzione alimentare progredisce attraverso alcune tappe specifiche che il bambino deve raggiungere in un tempo definito, ma teniamo comunque presente che alcuni bambini progrediscono più o meno velocemente di altri a seconda delle esperienze, delle credenze popolari, della tollerabilità agli stimoli sensoriali e al carattere personale. Sebbene vi sia un margine di variabilità, la progressione delle tappe deve comunque essere rispettata e stimolata dall’adulto che si occupa del piccolo.

Fino ai 6 mesi è prevalente la suzione ed è caratteristico che il bambino rifiuti qualsiasi alimento che non sia latte (naturale o artificiale); successivamente il riflesso di spinta anteriore della lingua scompare e il piccolo è pronto ad iniziare lo svezzamento con cibi semisolidi  e semiliquidi (vi è parallelamente la comparsa dei primi dentini).

Dai 6 ai 9 mesi le esperienze di nuovi cibi si susseguono velocemente e a 9 mesi compare l’abilità del morso attraverso il movimento di apertura e chiusura della mandibola: è dunque importante in questo momento stimolare la bocca e i suoi movimenti con cibi duri quali pizza, pane, crosta del formaggio (gli alimenti solidi aiutano anche ad alleviare il dolore alle gengive causato dall’eruzione dei denti).

In questa fase il bambino è pronto ad abbandonare il biberon e ad assumere i liquidi dal bicchiere.

Allenare la masticazione con tutti i cibi solidi fino ai 2 anni permette di migliorare i movimenti della lingua, di tonificare la muscolatura delle guance e di tutto il viso affinchè il piccolo diventi un buon masticatore e riesca a portare autonomamente le posate alla bocca.

A 3 anni il bambino deve aver raggiunto le abilità masticatorie del soggetto adulto, con qualche accorgimento rispetto agli alimenti complessi quali spaghetti, caramelle piccole, rosso dell’uovo sodo, verdure filacciose.

Nel periodo che va dagli 0 ai 3 anni di vita vi è un’alta disponibilità ad acquisire i gusti (anche quelli poco amati come le verdure amare) e le diverse consistenze, ma bisogna far fare molta esperienza, anche se inizialmente il piccolo tende a rifiutare alcuni alimenti: ogni alimento dovrebbe essere proposto dalle 5 alle 10 volte prima di dichiarare che al bambino non piace e non rinunciare subito dopo il primo tentativo!

Ricordiamo inoltre che le abilità di alimentazione sono fondamentali per l’articolazione del linguaggio, tanto da essere definite abilità di pre-linguaggio: ciò significa che un buon sviluppo alimentare è alla base di un’adeguata articolazione dei suoni.

Dunque facciamo fare esperienza ai nostri bambini con cibi diversi e vedremo che… mangiare è un gioco divertente!

 

cristina iosa logopedista


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PSICOLOGIA E CINEMA “The Stanford Prison Experiment”: cattivi si diventa?

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DATA USCITA: 17 luglio 2015
GENERE: Drammatico
ANNO: 2015
REGIA: Kyle Patrick Alvarez
TITOLO ORIGINALE: The Stanford Prison Experiment
ATTORI: Billy Crudup, Ezra Miller, Michael Angarano, Nicholas Braun, Olivia Thirlby
SCENEGGIATURA: Christopher McQuarrie
PRODUZIONE: Sandbar Pictures, Abandon Pictures, Coup d’Etat Films
PAESE: USA
DURATA: 122 Min

Vi è mai capitato di affermare dopo aver letto o ascoltato una notizia sconvolgente “Fossi stato lì di certo mi sarei comportato in maniera diversa”… Ne siete veramente così certi?

Il film “The standford prison experiment” racconta in versione cinematografica l’esperimento della prigione di Stanford, una delle più grandi sfide dello psicologo statunitense Philip George Zimbardo che alla fine degli anni ’70 decise di affrontare il controverso tema dei contesti carcerari e della violenza spesso rilevata al suo interno.

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Giovani e smartphone nella ricerca di Jean M. Twenge

telefonini-ev-fb-470X246-253x189Giovani e smartphone: la tecnologia è parte delle nostre vite. La diffusione degli smartphone (attorno al 2012) si è insediata in maniera repentina e invasiva nelle nostre giornate. Già la presenza dei telefoni cellulari parallelamente all’ingresso di internet nelle case, alla fine degli anni ’90 aveva cominciato a modificare i modi e i tempi della comunicazione: l’incontro tra i due ha rivoluzionato le abitudini.

Noi adulti li abbiamo integrati nelle nostre giornate, ed  è difficile ricordare come facessimo prima ad aspettare di vedere una persona dal vivo per poter condividere con lei un pensiero, un’immagine, un momento… Anche i tempi di lavoro si sono modificati: abbiamo mail lavorative nel telefono, e siamo  raggiungibili tramite diversi canali praticamente sempre.

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Pensieri e Aforismi #81 Talmud

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“TREDICI”: la serie TV che parla delle emozioni in adolescenza – II parte

(Torna alla I Parte)

Risultati immagini per trediciEd è proprio l’identità di Hannah che viene costruita attorno ad un’etichetta – la “ragazza facile”- creata su un singolo evento travisato e interpretato come malevolo, e che viene violata nella sua intimità attraverso la condivisione, su social e chat, di fotografie e informazioni che con la rapidità di un “click” si diffondono in modo virale.

Gli eventi che accadono in successione sono vissuti da Hannah solo come conferma  dell’identità che l’ambiente ha iniziato a costruire attorno a lei: dalla storia d’amore che non ha mai inizio con Clay, una persona buona e diversa dagli altri, ai ragazzi che si aspettano di poter ricevere facilmente da lei attenzioni sessuali e che la disprezzano quando lei rifiuta, al sentimento di colpa nei confronti dei propri genitori per non saperli aiutare in un momento difficile, fino alla violenza sessuale che conferma e chiude il quadro, distruggendo la sua anima.

TImmagine correlatautti questi eventi portano alla nascita, nella mente di Hannah, di pensieri disfuzionali relativi all’immagine di sè come persona non in grado di svolgere azioni positive, non capace, non in grado di fare mai qualcosa di buono, rendendo sempre più credibile la convinzione di base ormai creata e consolidata di non essere una persona degna di essere amata. A questo livello a nulla servono invece i feedback positivi che arrivano dal gruppo di poesia frequentato da Hannah, l’amicizia di Clay e l’affetto presente nella sua famiglia.

L’importanza del giudizio altrui per sentire chi si è e come si è fatti viene espressa chiaramente da Hannah nell’affermazione: “tu sei come sei e te ne freghi, invece per me quello che pensavano gli altri era importante anche se facevo finta che non me ne importasse“, registrata nella cassetta di Clay. Invece, l’idea di non essere quello che gli altri si aspettano, viene espressa in riferimento ai propri genitori: “io non sono come loro vorrebbero”, anche se, nel momento in cui le viene chiesto cosa vorrebbero che fosse, descrive solo in modo generico ciò che lei sente, ovvero, di essere un problema.

Hannah oscilla tra momenti di rabbia e tristezza, a seconda di ritiene responsabile degli eventi negativi vissuti e del danno da questi generato: nel momento in cui Hannah ritiene l’altro responsabile del torto subito, prova rabbia, quando inizia a pensare di essere responsabile del danno o di meritarsi ciò che accade allora si sente in colpa e impotente, percependo di non avere con sé strumenti d’intervento attivo.

tredici2Nella fase di sviluppo adolescenziale la connotazione sociale delle emozioni porta spesso a provare imbarazzo e ancor più vergogna, soprattutto nel momento in cui i fatti diventano di dominio pubblico e la propria intimità viene svelata, come accade ad Hannah. Questa emozione è strettamente connessa al senso di perdita della propria immagine personale e alla paura del giudizio altrui, ed è estremamente dolorosa.

Sembra esserci ancora una speranza per Hannah nel momento in cui termina la registrazione dell’ultima cassetta. Afferma, infatti: “ho sentito un cambiamento: avevo buttato fuori tutto e per un attimo, solo per un attimo, mi è sembrato di potercela fare. Ho deciso di dare un’altra occasione alla vita ma chiedendo aiuto perché da soli non ce la si può fare, ora lo so”.  Aver finalmente fatto uscire tutto, dà ad Hannah la sensazione di sollievo. Ricordiamo, infatti, che molto di quello che accade viene interpretato, rivissuto e riempito di significato solo ed esclusivamente da Hannah e dalla sua mente.

Ma chi ha visto Tredici sa come va a finire: Hannah affida a questo ultimo unico momento, testa o croce, la decisione finale della sua vita e ne uscirà delusa da un aiuto che non arriva per una mancanza di competenze e per una serie di errori che molti psicologi avranno osservato nel colloquio con Mr Porter, counselor della scuola.

Attendiamo la seconda serie per vedere cosa decideranno di sviluppare gli autori e cosa racconteranno dei ragazzi protagonisti di queste travagliate vicende.

 

silvia

 


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“TREDICI”: la serie TV che parla delle emozioni in adolescenza – I parte

Ho concluso poco fa, quindi in ritardo rispetto al palinsesto, la visione di Tredici, serie tv della piattaforma Netflix che ha fatto discutere di sé e ha incollato allo schermo adolescenti (e non!) poco prima dell’estate. In attesa della seconda stagione di Thirteen Reasons Why, il titolo originale, confermata per il 2018, ma soprattutto con la ripresa scolastica di migliaia di adolescenti, mi piaceva riprendere uno tra i molti temi psicologici toccati dalla serie.

tredici

Il contesto che fa da sfondo alla vicenda narrata, è quello dell’High School americana, dove si riconoscono ruoli e stereotipi differenti rispetto alla scuola italiana ma l’identificazione, non tanto con il personaggio quanto con quello che prova e gli accade, riesce comunque facile.

Tredici è il numero degli episodi della serie nei quali vengono narrate le tredici ragioni che Hannah Baker (la protagonista della vicenda), fornisce registrate su cassette, come motivazioni del suo suicidio. Il suicidio di Hannah non è di fatto trattato nella serie, conclude la vicenda e si comprende essere premeditato perché probabilmente immaginato sin dalla registrazione del primo tape, ed è violento. La premeditazione e l’ideazione sono caratteristiche non tipiche del suicidio in età adolescenziale, ma per una idea su questo tema specifico, rimando all’articolo della dott.ssa Alessandra Bianchi.

Ogni motivazione riportata da Hannah è in riferimento ad una persona precisa e ad uno o più eventi difficili, vissuti con la persona in oggetto, protagonista del suo tape. A prima vista e alla lettura della presentazione della serie quindi, suicidio e bullismo possono sembrare i temi caldi da affrontare, ma non solo: anche l’abuso sessuale lega alcune vicende dei giovani coinvolti, ma ritengo che sia soprattutto di amicizia ed emozioni e del loro sviluppo e significato durante l’adolescenza, che si narra e che possono essere il fil rouge di ogni puntata della serie.

A chi è nato e ha vissuto negli anni ’80, il richiamo del walkman, delle cassette e la bicicletta di Clay, co-protagonista con Hannah Baker della storia, non può non ricordare ET l’extraterrestre e le bande dei ragazzini in bicicletta protagonisti di serial e film di quegli anni. Revival scenografico a parte, il ricordo va proprio alle emozioni che si provano in quel momento della vita per fatti ed eventi vissuti nel profondo come unici ed assoluti, indiscutibili nel loro valore e significato (se non a rivederli e ripesarli solamente molti anni dopo), e soprattutto alla loro incredibile intensità.

Risultati immagini per trediciHannah decide di catalogare i motivi per cui la sua vita aveva iniziato ad andare male e a tal proposito afferma: “ la vita è imprevedibile e controllarla è un’illusione. A volte questa imprevedibilità è sconvolgente e ci rende piccoli e impotenti. Ho registrato 12 lati, ho cominciato con Justin e Jessica, tutti e due mi hanno tradita, Alex, Tyler, Courtney e Marcus hanno distrutto la mia reputazione, Zach e Ryan che hanno fatto a pezzi il mio ego [..] e per ultimo Bryan che ha distrutto la mia anima.

I termini utilizzati per descrivere ciò che le è accaduto sono estremi, forti, le emozioni traboccano. L’emozione deve essere intesa in una concezione socio-cognitiva: è un fenomeno complesso caratterizzato da aspetti fisiologici, affettivi, cognitivi, espressivi e comportamentali ed ha un posto d’eccellenza nell’organizzazione globale del comportamento. L’emozione è una risorsa psicologica condizionata nella sua funzionalità dalla necessità di trovare un coerente criterio di autoregolazione nel corso del suo sviluppo, ed è inoltre il risultato del significato che soggettivamente attribuiamo ad un evento e ha, proprio per queste caratteristiche, un ruolo di primo piano in adolescenza perché sentire e dare un senso, sono azioni che convogliano nel più complesso processo di costruzione della propria identità.

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silvia